Nba playoff, Thunder e Pistons partono con il piede sull’acceleratore: Lakers e Cavaliers già ko in gara 1

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non c’è stata storia, o quasi, nelle prime due semifinali di conference che hanno aperto la postseason Nba. L’Oklahoma City Thunder, da campione in carica, ha letteralmente spazzato via i Los Angeles Lakers con un perentorio 108-90, mentre i Detroit Pistons – a sorpresa, se vogliamo, per chi non avesse seguito la loro crescita – hanno espugnato il campo dei Cleveland Cavaliers imponendosi 111. Due successi, questi, che valgono l’1-0 nelle rispettive serie e che consegnano già il fattore campo agli underdog, quantomeno sulla carta, nel caso dei Pistons.

Partiamo dall’Oklahoma, dove i padroni di casa hanno ribadito una supremazia già mostrata in regular season. I Thunder, va ricordato, avevano vinto tutte e quattro le sfide contro i gialloviola prima di questi playoff, e gara 1 non ha fatto che confermare il trend. Gli ospiti, i Lakers, hanno provato a restare in scia grazie a un monumentale LeBron James – 27 punti per lui, frutto di un’autorevolezza fisica che ancora stupisce – ma senza riuscire a scalfire la sostanza di una squadra, quella di Oklahoma, che gioca un basket moderno, fisico e chirurgico. I californiani, inoltre, si sono presentati al match rimaneggiati: l’assenza di Luka Doncic, fermo per un infortunio all’inguine, ha privato Los Angeles di quel secondo regista-capace di alleggerire la pressione su James. Un vuoto, quello del play sloveno, che si è sentito eccome. Dopo un avvio tutto sommato equilibrato, i Thunder hanno allungato nel secondo quarto e non hanno più guardato indietro, gestendo il vantaggio senza mai rischiare il rientro. Il 108-90 finale è il ritratto esatto di una partita dominata a rimbalzo, in transizione e nella difesa sul perimetro. Da segnalare, tra le fila di Oklahoma, una prestazione collettiva senza picchi individuali abnormi ma con un’efficienza di squadra impressionante.

Se Oklahoma ha vinto da favorita, ben altra storia si è scritta a Cleveland. I Detroit Pistons, testa di serie numero 1 a Est – un dato che pochi avrebbero pronosticato a inizio anno – hanno confermato il proprio valore espugnando la Rocket Mortgage FieldHouse. Il punteggio dice 111-101, ma il percorso è stato più tortuoso di quanto non suggerisca il risultato. Detroit ha dominato il primo tempo e toccato il +17 nel terzo quarto, prima di subire la prevedibile reazione dei Cavs. Cleveland, trascinata dai 23 punti di Donovan Mitchell e dai 22 di James Harden – due guardie che combinano esperienza e capacità di penetrazione – è riuscita a ricucire fino al -4, accendendo i timori di una rimonta. Invece i Pistons hanno retto l’urto. Cade Cunningham, 23 punti per lui, ha guidato i suoi con la calma del veterano, supportato dai 20 di Tobias Harris e dai 19 di Duncan Robinson, quest’ultimo decisivo nei momenti caldi del quarto periodo. Ma la statistica che fa la differenza è un’altra: i Pistons hanno forzato ben 20 palle perse, trasformandole in 31 punti. Un dato, questo, che racconta di una difesa aggressiva e di una capacità di leggere le linee di passaggio avversaria. Cleveland, dal canto suo, ha provato a reagire con Max Strus (19 punti) ma non è bastato.

L’assenza pesante e il fattore campo ribaltato

Nel dettaglio, il ko dei Lakers porta con sé un interrogativo destinato a pesare sull’andamento della serie. L’infortunio di Doncic, la cui assenza ha costretto coach Redick (sempre lui, alla guida dei californiani) a rimescolare i minutaggi, ha reso Los Angeles più prevedibile. Senza quella seconda fonte di creazione, LeBron James ha dovuto caricarsi di responsabilità extra, e se è vero che i suoi 27 punti rappresentano un dato lusinghiero, è altrettanto vero che il resto della squadra ha faticato a trovare tiri puliti. Oklahoma, al contrario, ha potuto alternare le marcature senza dipendere da un singolo. I campioni in carica hanno mostrato quella solidità che li ha resi la miglior squadra della regular season a Ovest. Un dato su tutti: dopo aver concesso un avvio acceso ai Lakers, i Thunder hanno stretto le maglie difensive e chiuso ogni varco verso il ferro. Per i gialloviola, adesso, gara 2 diventa uno snodo quasi obbligato: un’altra sconfitta e la serie rischierebbe di chiudersi in fretta.

I Pistons sbancano Cleveland: l’intensità difensiva fa la differenza

Diverso, ma non meno significativo, il copione di Cleveland. I Cavaliers partivano col fattore campo dalla loro, avendo chiuso davanti a tutti a Est, ma si sono trovati di fronte una squadra, Detroit, che non ha alcuna intenzione di fare da comparsa. I Pistons hanno costruito il successo su due pilastri: la capacità di far correre in contropiede e una pressione a tutto campo che ha disorientato i padroni di casa. Cunningham, lo ricordiamo, ha saputo gestire i ritmi con maturità, alternando possessioni lente a ripartenze fulminee. I 20 punti di Harris, poi, hanno fornito quel punteggio sporco da dentro l’area che spesso manca in partite playoff tirate. E Duncan Robinson, con i suoi 19 punti, ha punito ogni esitazione difensiva di Cleveland. L’episodio chiave? La rimonta subita nel terzo quarto, quando i Cavs sono tornati a -4, avrebbe potuto far crollare mentalmente molti gruppi. Invece Detroit ha serrato i ranghi, ha alzato l’intensità difensiva e ha chiuso i conti nell’ultimo quarto, mostrando una personalità rara per una squadra giovane. I 20 possessi persi da Cleveland sono una condanna senza appello: significa regalare all’avversario più di un tiro su due aggiuntivo, ed è esattamente quello che non si può fare contro una formazione che corre come quella di coach Bickerstaff. Per i Cavs, adesso, l’imperativo è proteggere meglio il pallone e trovare una risposta alla fisicità di Cunningham, altrimenti il vantaggio casalingo verrà vanificato ancor prima di poterlo sfruttare.

I numeri che contano: turnover e percentuali decidono le gare

Se si guarda al dato aggregato delle due partite, emerge un filo conduttore chiaro. Sia Oklahoma che Detroit hanno vinto grazie a una difesa che genera errori avversari e li trasforma in punti facili. I Lakers, oltre all’assenza di Doncic, hanno sofferto la pressione sui portatori di palla, finendo per isolarsi troppo spesso con LeBron in isolamento. I Cavaliers, invece, hanno peccato di superficialità nelle uscite dalla propria metà campo. La differenza l’hanno fatta gli attacchi posizionali dei Thunder e dei Pistons, capaci di trovare soluzioni anche quando il cronometro dei 24 secondi stringeva. Da notare, poi, l’impiego delle panchine: le seconde linee di Detroit, in particolare, hanno tenuto il campo nei momenti di titubanza dei titolari, mentre Cleveland ha pagato un calo di intensità non appena Mitchell o Harden sedevano in panchina. Un aspetto, questo, che potrebbe tornare decisivo nelle prossime gare. Insomma, gara 1 ha ribadito una legge non scritta dei playoff: l’aggressività difensiva e la gestione dei momenti di blackout separano le candidate serie da quelle destinate a durare poco.

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