Femminicidio di Tania Terrin, l’ex Dino Keber aveva un passato di denunce. La procura: «Ma l’ammonimento non basta»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La sera di Ferragosto si è consumata l'ennesima tragedia, destinata a riaprire la ferita di un sistema di prevenzione che, nonostante le denunce e le procedure attivate, continua a mostrare i propri limiti. A Camponogara, in provincia di Venezia, Tania Terrin, 39 anni, è stata uccisa dal suo ex compagno, Dino Keber, che dopo averla strangolata nella sua abitazione si è tolto la vita impiccandosi nella propria casa a Dolo.

La vittima, originaria di Vigonovo, il paese che ha già pianto Giulia Cecchettin, aveva fatto tutto ciò che le istituzioni chiedono a una donna che subisce violenza: aveva denunciato, raccontato le sue paure, si era affidata ai protocolli del codice rosso. Eppure, non è bastato a fermare quella che la madre, Marinella Forner, aveva da tempo imparato a temere: «Siamo state dai carabinieri sette o otto volte. Sentivo, da madre, che prima o poi sarebbe successo qualcosa».

Un passato di denunce e il fallimento delle misure di protezione

La vicenda giudiziaria che fa da sfondo al femminicidio di Tania Terrin non inizia con il suo coraggio di denunciare, ma affonda le radici in un passato di violenze che Dino Keber, 43 anni, aveva già seminato. Prima di lei, altre tre donne avevano presentato querela contro l'uomo, in tre diverse epoche: nel 2002, nel 2010 e nel 2021. Tutte quelle denunce, come ricostruito dagli inquirenti e riportato nel provvedimento di ammonimento emesso dal questore di Venezia lo scorso giugno, erano state poi ritirate e archiviate.

Un copione che si ripeteva, con la vittima che, cedendo a pressioni o a momentanee riappacificazioni, faceva cadere le accuse. Nel caso specifico di Tania, la procura aveva aperto un fascicolo dopo la querela presentata il 22 aprile, quando lei aveva raccontato di essere stata afferrata per il collo alle spalle e di aver perso conoscenza, finendo in ospedale con una prognosi di due giorni. Un episodio grave, definito dalla procuratrice vicaria di Venezia Barbara Sargenti «un fatto grave», che aveva portato all'ammonimento del questore per «propensione alla violenza di genere».

«Cos'altro doveva fare Tania?»: la procura e il dibattito politico

L'efficacia di quelle misure è ora al centro dell'inchiesta e di un vivace dibattito politico. La procuratrice Sargenti, che gestisce la sezione regionale dei reati di codice rosso, non si sottrae alle domande sulla proporzionalità degli strumenti adottati. Al di là dei segni sul corpo, ha sottolineato come il tentativo di strangolamento rappresenti una precisa spia di escalation in una relazione che gli investigatori definiscono «tossica e disfunzionale», alimentata dalla gelosia di Keber per l'autonomia della donna.

Ma l'ammonimento è bastato? Per la magistratura, le quattro denunce specifiche sono state valutate, così come i precedenti. Tuttavia, il dato che emerge con forza è la difficoltà di trasformare una denuncia in una protezione effettiva. La deputata del M5s Stefania Ascari ha presentato un'interrogazione parlamentare chiedendo accertamenti ispettivi per verificare se vi siano stati ritardi o sottovalutazioni, ponendo una domanda che riecheggia in queste ore: «Cos'altro doveva fare Tania Terrin per essere protetta?».

Dello stesso tenore le dichiarazioni della segretaria dem Elly Schlein, che ha parlato di «urgenza di agire sulla prevenzione» partendo dall'educazione sessuoaffettiva nelle scuole, e del presidente del Consiglio regionale del Veneto Luca Zaia, che ha definito la vicenda un «fallimento per la società».

La paura della vittima e la mancanza di alternative

La cronaca dei giorni precedenti al delitto dipinge il quadro di una donna consapevole del pericolo ma lasciata sola a fronteggiarlo. Dopo l'aggressione di aprile, Tania aveva scritto ai vicini di casa, inviando loro una foto dell'ex e chiedendo di non aprirgli se si fosse presentato, perché «me lo ritrovo sempre qua intorno». Aveva raccontato il terrore di vederlo sfrecciare sotto casa in Vespa, nonostante i divieti, e aveva confidato ad amici e familiari i suoi timori.

Pochi giorni prima di Ferragosto, complice la pressione psicologica dell'uomo che diceva di essere cambiato, aveva accettato di vederlo per una pizza. Un riavvicinamento che, secondo gli investigatori, spiega l'assenza di segni di effrazione sulla porta della sua abitazione: lei lo aveva fatto entrare. Un dato che, da solo, restituisce la solitudine di chi deve farsi carico della propria sicurezza, spesso privo di alternative concrete come un allontanamento immediato o un supporto psicologico risolutivo.

Un tema, quello del trasferimento dell'onere della sicurezza sulla vittima, che l'interrogazione di Ascari ha messo in luce, sottolineando come non sia accettabile che per sentirsi al sicuro una donna debba abbandonare casa e lavoro.

I numeri del codice rosso a Venezia e il monito della procuratrice

La tragedia di Camponogara si inserisce in un contesto di allarme sociale e giudiziario che la stessa procura di Venezia fatica a gestire. Barbara Sargenti ha rivelato che, solo per fare un esempio, in un unico fine settimana sono arrivate 24 segnalazioni di codice rosso. Un dato che fa riflettere sulla mole di lavoro e sulla complessità di garantire risposte tempestive, soprattutto in assenza di una rete di supporto capillare. Le parole della procuratrice appaiono come un monito: «Parlare di prevenzione affidandola esclusivamente a misure amministrative non è una soluzione.

È importantissimo, ma non basta». Il richiamo è a un intervento che coinvolga tutta la società, dalla formazione degli operatori alla valutazione dei rischi psicologici e sociali che alimentano le relazioni tossiche. E mentre gli inquirenti stanno acquisendo i telefoni di entrambi e sequestrando le abitazioni, in attesa dell'autopsia sul corpo di Tania, il dibattito resta aperto su come si possa colmare il divario tra la denuncia e la protezione effettiva, un divario che per Tania si è rivelato mortale.

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