Il massacro di Giacomo Bongiorni e l’ombra del branco: movente futile, violenza senza freni

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   MASSA – Le lancette dell’orologio, quella notte in piazza Felice Palma, avevano superato da poco le 21:30. Un gruppo di ragazzi, per ammazzare il tempo di un sabato sera che sembrava già noioso, aveva trasformato il selciato in un tiro a segno improvvisato, lanciando bottiglie di vetro contro la saracinesca abbassata di un negozio. I passanti, come spesso accade quando la violenza si fa minaccia concreta, allungavano il passo per scansare guai. Ma Giacomo Bongiorni, 47 anni, padre e compagno, non apparteneva a quella schiera di indifferenti. Il suo gesto, in apparenza banale – un rimprovero, forse una parola di troppo per invitare quei ragazzi a raccogliere i rottami –, gli è costato la vita, in una spirale di violenza che ha visto protagonisti giovanissimi, due dei quali maggiorenni (un 19enne e un 23enne) e tre minorenni, con un’aggravante che grida vendetta: accanto a lui c’era il figlio di appena undici anni.

L’autopsia, condotta dal professor Francesco Ventura, ha poi consegnato ai magistrati un quadro clinico che non lascia spazio a interpretazioni alternative: una gravissima emorragia cranica e la mandibola completamente spostata dai colpi ricevuti hanno spento la vita dell’uomo. Ciò che trasforma questa vicenda in un caso che va oltre la semplice cronaca nera, spingendosi nel cuore di un’indagine giudiziaria complessa, non è solo l’esito letale, ma la dinamica dell’aggressione e, soprattutto, la futilità del pretesto. La morte di Bongiorni non è figlia di una lite premeditata o di vecchi rancori; è nata dal nulla, da un’intolleranza alla civiltà. Il gip, nell’ordinanza di custodia cautelare, ha descritto un pestaggio efferato, eseguito con una violenza tale da rivelare, in quei ragazzi, la “coscienza e la volontà di cagionare la morte”, senza che nemmeno le urla disperate del bambino riuscissero a scalfire quella coltre di disumanità.

La ricostruzione della rissa, la testata fantasma e i silenzi delle videocamere

Il nucleo investigativo dei carabinieri, coordinato dalle procure di Massa e Genova (quest’ultima competente per i minori), sta cercando di dare un ordine cronologico preciso a quei secondi fatali. Secondo quanto emerso dai primi interrogatori, il cognato della vittima era intervenuto per primo, attirandosi le ire del gruppo; quando la lite sembrava placata – i ragazzi avevano addirittura raccolto i vetri – Bongiorni si sarebbe avvicinato nuovamente ai giovani, assestando una testata a uno di loro. Questa è la versione che tiene banco nella strategia difensiva dei due maggiorenni fermati, i quali hanno dichiarato ai pm di aver visto il 47enne colpire il minorenne e di essere intervenuti solo per “bloccare” il cognato che impugnava una bottiglia. La difesa del 17enne, un ragazzo descritto come una promessa del pugilato toscano, insiste sulla tesi della legittima difesa: una testata subita, un solo pugno di risposta.

Eppure, gli inquirenti guardano con scetticismo a questa ricostruzione. Un dettaglio processuale, di quelli che spesso fanno la differenza in aula, sta emergendo dall’analisi delle immagini di videosorveglianza e dai primi referti medici: la famosa “testata” sferrata da Bongiorni, al momento, non risulta in alcun modo documentata. Non nei filmati, che tra l’altro presentano un “buco” visivo causato dalla chioma di un albero, e nemmeno negli esami clinici. Il racconto della compagna e del cognato della vittima, invece, parla di un pestaggio che è proseguito anche quando Bongiorni era già a terra, ormai privo di sensi, un dettaglio che esclude ogni ipotesi di reazione spontanea per trasformarla in esecuzione sommaria.

L’addio della città e le difese d’ufficio tra negazioni e accuse alla vittima

Mentre la macchina della giustizia procede, con i due maggiorenni rinchiusi nel carcere di Massa e il minore trasferito nell’istituto penale di Firenze, la città ha reso omaggio a Giacomo Bongiorni in una cattedrale stracolma, sotto lo sguardo del vescovo monsignor Mario Vaccari. Migliaia di persone hanno invaso via Dante fino a piazza degli Aranci per salutare un uomo che, nella sua ordinarietà, è diventato il simbolo di una lotta impari contro la deriva del branco. L’intera comunità apuana, scossa dalla brutalità del fatto, ha vissuto il rito funebre come un momento di dolore collettivo, anche se la famiglia, comprensibilmente, ha chiesto il rispetto della propria sfera privata lontano dai flash dei mass media.

A fare da contraltare a questo strazio pubblico ci sono però le dichiarazioni dei familiari degli indagati, i quali hanno scelto una linea di difesa tanto coraggiosa quanto rischiosa sul piano dell’opinione pubblica. I padri dei due giovani romeni, parlando ai cronisti, hanno capovolto la prospettiva della vittima: “I nostri figli sono stati aggrediti, non sono criminali”, ha dichiarato Gabriel Caratusu, aggiungendo che un pugno di un sedicenne non può uccidere un adulto se non sotto effetto di alcol o droghe. Nicu Miron, padre dell’altro maggiorenne, ha invece definito il figlio un “bravo ragazzo” incappato in una reazione fatale. Queste dichiarazioni, che tentano di spostare l’asse della responsabilità sull’uomo ucciso o sulle sue modalità di intervento, non modificano però la sostanza dei capi d’imputazione, che restano pesantissimi: concorso in omicidio volontario aggravato dalla futilità dei motivi.

Autopsia, blackout emotivo e il peso delle prove tecniche

Il fulcro dell’inchiesta, nelle prossime settimane, sarà rappresentato dalla perizia del professor Ventura, che dovrà stabilire con precisione matematica se la morte sia stata causata da un unico colpo (quello del pugile minorenne) o dalla somma dei traumi inflitti dal gruppo. Una distinzione che, agli occhi della legge, è fondamentale per graduare le responsabilità penali dei singoli, anche se sul piano fattuale emerge una verità che sgomenta: la violenza non si è fermata quando la vittima è caduta. Le immagini parlano di calci e pugni sferrati senza pietà, incuranti della presenza di un bambino che implorava di smettere. È questo il vero “blackout dell’empatia” che rende l’omicidio di Massa un caso esemplare di quanto di più distorto possa prodursi nell’adolescenza contemporanea: l’incapacità di leggere il dolore altrui come un limite invalicabile.

I legali dei tre minori, intanto, tentano di lavorare sulla ricostruzione della rissa, sostenendo che si sia trattato di un “ a corpo” generalizzato e non di un’esecuzione. Ma l’ordinanza del gip è lapidaria nel definire il contesto: una violenza sproporzionata, gratuita, agita con la leggerezza di chi non misura le conseguenze dei propri gesti. L’inchiesta è ancora in una fase cruciale, con gli investigatori che ascoltano testimoni e acquisiscono ogni frame utile a colmare i vuoti lasciati dalle telecamere. Quello che resta, al di là del verdetto finale, è l’immagine indelebile di una domenica mattina in cui un padre non si è più rialzato, punito per aver osato dire “basta” a un gruppo di ragazzini annoiati.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.