Il terzo intervento di Lindsey Vonn a Treviso: «Successo ha un altro significato», la campionessa e quel tifo per i compagni del Team Usa

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il rumore del silenzio, a Cortina, era stato rotto solo da un urlo; poi l’elicottero era salito verso Treviso e la pista Olympia delle Tofane, quella stessa pista che Lindsey Vonn aveva domato per dodici volte in carriera, era rimasta improvvisamente vuota, quasi sgomenta. Da lì, dal nosocomio Ca’ Foncello — struttura che lo staff statunitense aveva individuato come la più idonea dopo i primi accertamenti nel punto di primo soccorso olimpico — la quarantunenne fuoriclasse non aveva smesso, però, di comunicare. Lo ha fatto anche mercoledì, quando il chirurgo ortopedico e il suo vice, i dottori che hanno in carico la situazione post-operatoria della sciatrice, lo hanno ritenuto possibile: un carosello di fotografie, pubblicato sul profilo Instagram dell’atleta, la ritrae nel letto d’ospedale sorridente, la gamba sinistra sostenuta da un fissaggio esterno in metallo, quello stesso arto sul quale i sanitari erano già intervenuti una prima volta per ridurre la frattura scomposta della tibia e una seconda per scongiurare complicanze vascolari. «Oggi ho subito il mio terzo intervento ed è stato un successo», ha scritto Vonn, e subito dopo ha aggiunto una postilla che, nelle sue intenzioni, doveva ridefinire il perimetro semantico di quel sostantivo, successo, che per una vita era coinciso con il cronometro e con l’oro di Vancouver 2010.

Il significato diverso della parola successo

«Il successo oggi ha un significato completamente diverso rispetto a qualche giorno fa», scandisce il messaggio, e in quella distinzione tra l’ieri e l’oggi c’è la distanza che separa il traguardo dal semplice progredire, la medaglia dalla certezza — lenta, faticosissima — di rivedere il proprio funzionare. La campionessa, quella stessa che una settimana prima della discesa olimpica si era presentata ai Giochi con il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro già compromesso dopo la caduta di Crans-Montana, parla di progressi; li definisce lenti, e questo aggettivo, lungi dall’essere una concessione alla rassegnazione, suona piuttosto come una presa d’atto realista, quasi clinica, di ciò che significa sottoporsi al terzo intervento in meno di quattro giorni. Nelle immagini postate, e rilanciate dalle agenzie, l’ex regina delle nevi appare composta, il volto segnato ma non piegato, le braccia incrociate attorno alle spalle di infermieri e sanitari; è una foto di squadra, quella, e non è un dettaglio irrilevante.

I medici, la struttura veneta e le ragioni di una scelta

La decisione di trasferire Vonn dal nosocomio di Cortina al Ca’ Foncello di Treviso non era stata casuale: lo staff americano, lo si è detto, aveva valutato la completezza dei reparti e la specializzazione dell’ortopedia, individuando nel primario e nel suo vice i professionisti ai quali affidare una gamba che, a causa della frattura scomposta, rischiava complicanze serie sul fronte vascolare e infiammatorio. Due interventi erano seguiti a stretto giro, il primo per stabilizzare i frammenti ossei attraverso il fissatore esterno, il secondo per mettere in sicurezza il flusso sanguigno; il terzo, quello di cui la sciatrice dà notizia mercoledì, rispondeva alla necessità di perfezionare quanto già fatto o, come talvolta accade in questi percorsi chirurgici complessi, di intervenire su dettagli che solo l’evoluzione clinica delle ore successive aveva palesato. Vonn ringrazia «l’incredibile personale medico, gli amici, la famiglia», e lo fa con la stessa puntualità con cui, da atleta, soleva ringraziare i tecnici e i preparatori; il lessico è sovrapponibile, quasi identico, ma l’oggetto del ringraziamento è mutato: non più chi le affilava gli sci, ma chi le sta preservando la possibilità di camminare.

Lo sguardo oltre il letto d’ospedale: il tifo per i compagni

C’è un passaggio, nel lungo messaggio pubblicato dall’ospedale, che segna uno scarto narrativo non secondario. La Vonn non parla solo di sé, delle proprie fratture e dei propri tempi di recupero; sposta repentinamente l’asse del discorso altrove, verso Cortina, verso la pista che non ha potuto finire, verso i compagni del Team Usa. «Faccio i miei più grandi complimenti — scrive — ai miei compagni di squadra e a tutti gli atleti del Team Usa che mi stanno ispirando e mi danno un motivo per fare il tifo». È una frase che, nella sua struttura, contiene una doppia valenza: da un lato restituisce alla quarantunenne il ruolo di spettatrice, ruolo che non aveva previsto e che certo non desiderava, dall’altro trasforma la delusione in una sorta di delega emotiva. Non potendo essere lei in pista, ci sono loro, i ragazzi e le ragazze con la stessa bandiera cucita sul petto; non potendo vincere, può ancora tifare. Ed è forse questa la distanza più profonda tra il successo di qualche giorno fa — quello, ipotetico, che avrebbe potuto coronare una discesa perfetta — e il successo odierno, quello che le consente di guardare la televisione dalla stanza di un ospedale e riconoscersi, nonostante tutto, ancora parte di una squadra.

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