Le attiviste bloccano via dell'Umanità, tensioni e parole dure sul ddl stupro
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Redazione Interno
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Una mattina di freddo tagliente a Roma, mentre il vento sferza i cartelli tenuti saldi da mani che non tremano. “Senza consenso è stupro”, si legge su uno di essi, reggendo un messaggio che, a quanto pare, ha smesso di essere una verità giuridica condivisa. Giulia Paparelli, operatrice di un centro antiviolenza, è lì, in quella piazza davanti al Senato che si è riempita di un coro unanime: “Vergogna”. Il motivo è noto, e scuote il dibattito pubblico da settimane: il disegno di legge sulla violenza sessuale, che dopo un raro accordo bipartisan alla Camera, approdato in commissione Giustizia a Palazzo Madama viene profondamente rimaneggiato dalla maggioranza, su impulso deciso della Lega. La modifica cruciale, quella che ha acceso la miccia della protesta, riguarda la sostituzione del principio del “consenso libero e attuale” con la necessità di accertare una “volontà contraria” della vittima, tenendo conto di “situazione e contesto”. Una differenza, spiegano le attiviste, che non è meramente lessicale ma sostanziale, capace di ribaltare l’onere della prova e di minare conquiste faticosamente ottenute.
Un corteo spontaneo e il blocco delle forze dell'ordine
La tensione, che già aleggiava nell’aria carica di rabbia e delusione, si materializza quando il presidio tenta di trasformarsi in corteo. Le manifestanti di Non Una di Meno, Lucha y Siesta e Di.re si mettono in fila, un gesto semplice di espressione democratica, ma la polizia interviene a bloccare il passaggio. Per alcuni minuti, lo scontro sembra inevitabile, un braccio di ferro silenzioso e teso tra un muro di giubbotti e una determinazione fatta di corpi. A sciogliere l’impasse, arriva l’intervento di alcune senatrici dell’opposizione, che si fanno largo per portare la loro solidarietà diretta alle donne in piazza. Nel frattempo, un piccolo spezzone di strada viene occupato, un’azione simbolica ma dal significato potente: un pezzettino di Roma che, per qualche ora, viene ribattezzato dalle proteste di chi si sente tradito dalle istituzioni.
Le reazioni politiche e la rottura dell’asse bipartisan
A poche decine di metri dai fischi e dagli slogan, dentro le mura di Palazzo Madama, la discussione procede su binari completamente diversi. Il precedente asse, quello che aveva visto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la leader dell’opposizione Elly Schlein trovare un’insolita intesa per il via libera unanime alla Camera, appare ormai un ricordo lontano. A parlare chiaro è il leader del Movimento 5 Stelle, che non usa mezzi termini: “Il problema è che prima la maggioranza sottoscrive un testo, poi ci ripensa, poi si mette a litigare internamente e secondo noi su un tema del genere questo non va bene”. Affermazioni che chiamano in causa direttamente la capo dell’esecutivo, lasciando intendere come la frattura sia ormai consumata. “Adesso una cosa è intervenire su qualche aspetto, un’altra cosa è stravolgerlo completamente”, aggiunge, fotografando con amarezza quello che le associazioni denunciano come un pericoloso passo indietro.
Il cuore giuridico della protesta e le mobilitazioni future
Al di là delle polemiche politiche, che pure animano il confronto, le parole delle attiviste scavano più a fondo, toccando il nervo scoperto della questione legale. “Questa legge rappresenta un grave arretramento rispetto a quanto già stabilito da sentenze di Cassazione e dalla Convenzione di Istanbul”, dichiara una portavoce, mentre attorno a lei molte annuiscono. La paura, espressa senza mezzi termini, è che si ritorni a un’epoca in cui la parola della donna non è più il punto di partenza, ma un elemento da soppesare tra molti altri, incluso quel “contesto” che può essere letto in modi distorti. Per questo, avvertono, non si arretrerà. Quella di oggi è solo la prima mossa di una mobilitazione che promette di estendersi in tutta Italia, perché su certe battaglie, dicono, non è ammesso alcun ripensamento.




