Pirelli, la partita sullo sCorporo del Cyber tyre e la norma Usa che incombe
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Redazione Economia
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La diplomazia finanziaria intorno a Pirelli, mentre l'orologio corre verso la metà di marzo, non ha ancora trovato una composizione allo stallo che caratterizza il nodo della governance e, ancor più urgente, la questione legata alla nuova normativa statunitense sui veicoli connessi. Una regola, quella varata dall'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che di fatto blocca sul mercato americano i cosiddetti Cyber Tyre, gli pneumatici intelligenti in grado di raccogliere e trasmettere dati, i quali rappresentano una delle punte più avanzate della tecnologia del gruppo. È su questo scoglio, che rischia di compromettere una fetta significativa del business oltreoceano, che si infrange ogni tentativo di mediazione, lasciando sul tavolo due proposte contrapposte e al momento inconciliabili.
Le due proposte a confronto
Da una parte China National Tire & Rubber ration, la controllata del colosso cinese Sinochem che detiene circa il 34% del capitale, ha formalizzato una sua soluzione che definisce “strutturata e sostenuta da solide motivazioni”. Il piano, presentato come in linea con le migliori prassi internazionali, punterebbe a risolvere con un solo colpo sia le criticità legate ai requisiti regolamentari d'oltreoceano, sia l'annosa questione degli equilibri societari all'interno del gruppo. Nel dettaglio, la proposta prevede lo scorporo dell'intera attività legata alla produzione e allo sviluppo degli pneumatici intelligenti, trasferendola in una nuova società giuridicamente separata e a gestione esclusivamente italiana. Un'operazione che, nelle intenzioni di Cnrc, dovrebbe tacitare le preoccupazioni di Washington riguardo all'accesso cinese a tecnologie sensibili, preservando nel contempo il valore del know-how italiano.
Il rifiuto della cordata italiana
Dall'altra parte, la cordata italiana di Camfin, che fa capo all'amministratore delegato e che rappresenta l'altro polo decisionale significativo, ha finora respinto la soluzione dello sro, considerandola inaccettabile. Sebbene entrambe le parti si dichiarino aperte al dialogo, le posizioni restano distanti, configurando uno scenario di stallo che non lascia intravvedere, allo stato attuale, possibili convergenze. Il rifiuto italiano si appunta, verosimilmente, sulla volontà di non frammentare un asset tecnologico di primaria importanza, considerato strategico per il futuro del gruppo, e sulla difesa di un modello di governance che, nonostante le tensioni, ha fin qui garantito l'autonomia operativa della società.
La scadenza di marzo e le implicazioni
Con l'entrata in vigore della norma americana ormai imminente, l'impasse genera un'incertezza che va ben oltre i confini delle riunioni di consiglio. Il rischio concreto, che incombe su Pirelli, è di vedersi precluso l'accesso a un mercato cruciale per i suoi prodotti più innovativi, con ripercussioni immediate sui ricavi e sulla capacità di competere nella fascia alta della gamma. La posta in gioco, dunque, non è soltanto il controllo societario o la ripartizione dei poteri, bensì la tutela di una quota di business vitale e la salvaguardia di un primato tecnologico che lo sro, secondo alcuni, potrebbe indebolire invece di proteggere. La partita, che si gioca su un crinale fatto di diritto societario, regolamentazioni internazionali e strategia industriale, attende quindi una mossa decisiva che, al momento, non appare all'orizzonte.




