Pirelli boccia la proposta cinese di sCorporare il business Cyber Tyre

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il consiglio di amministrazione di Pirelli, con nove voti favorevoli e cinque contrari, ha respinto la proposta avanzata dalla China National Tire & Rubber ration, controllata dal colosso statale Sinochem, di scorporare le attività del cosiddetto Cyber Tyre. La mozione, che acuisce ulteriormente le frizioni tra i soci italiani e il principale azionista cinese – il quale detiene circa il 34% del capitale – è stata giudicata in contrasto con la strategia industriale del gruppo. L’amministratore delegato Andrea Casaluci, le cui valutazioni sono state condivise dalla maggioranza del board, ha sottolineato come la tecnologia degli pneumatici intelligenti, quelli dotati di sensori per raccogliere e trasmettere dati, debba rimanere pienamente integrata, sul piano funzionale e organizzativo, con tutte le altre attività.

Un voto che segna il solco tra le parti

I cinque voti contrari, espressi dai consiglieri designati dall’azionista cinese, delineano con chiarezza la frattura che ormai separa le visioni strategiche. La proposta di Sinochem, peraltro presentata insieme a una modifica del meccanismo di nomina degli amministratori, arriva a poca distanza dalla decisione di non rinnovare il patto parasociale che, fino a quel momento, aveva governato gli equilibri di potere. Un passaggio, quest’ultimo, che aveva già reso evidente la difficoltà di mediare tra interessi divergenti, soprattutto quando si tratta di asset considerati core per il futuro, come appunto il Cyber Tyre. D’altronde, l’integrazione di tali competenze digitali nella produzione tradizionale è vista dalla governance attuale come un elemento indissolubile per mantenere il vantaggio competitivo sul mercato globale.

Lo scenario strategico e le tensioni in seno al cda

La bocciatura della proposta rappresenta un passo falso per l’azionista di Pechino, il quale evidentemente puntava a ottenere un controllo più diretto e separato su una tecnologia ad alto potenziale. Dal canto suo, la parte italiana, che fa capo a Marco Tronchetti Provera attraverso la holding Camfin – la quale controlla il 25,3% di Pirelli – ha ribadito la centralità di un modello di sviluppo unitario. Le frizioni, che si sono accumulate nel tempo, non sembrano dunque destinate a placarsi, configurando uno scontro che va ben oltre una semplice divergenza di opinioni e tocca il cuore della governance e della pianificazione industriale. La decisione del consiglio, in questa fase, ha il sapore di una presa di posizione netta, volta a blindare l’integrità del patrimonio tecnologico.

Il contesto normativo internazionale

La vicenda si colloca, non a caso, in un momento particolarmente delicato per il settore degli pneumatici connessi. Negli Stati Uniti, dove l’amministrazione del presidente Donald Trump ha spesso adottato politiche protezionistiche in materia di tecnologia e sicurezza nazionale, si sta infatti discutendo un possibile divieto di vendita per questi prodotti "intelligenti". Tale scenario internazionale, che potrebbe limitare significativamente gli sbocchi commerciali, rende ancor più strategica la gestione unitaria del business, evitando frazionamenti che potrebbero indebolire la capacità di risposta dell’azienda alle sfide regolatorie. La scelta di Pirelli appare quindi anche come un tentativo di preservare una posizione coesa di fronte a un orizzonte di mercato in evoluzione e potenzialmente restrittivo.

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