Tentato triplice omicidio a Fano, il ventunenne dopo il raptus: «Sono stato io, chiedo scusa»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’allarme è scattato poco dopo le tre e trenta, quando una chiamata al 118 ha squarciato il silenzio della notte di Pasquetta con una frase agghiacciante: «Venite, stiamo male, stiamo morendo tutti». A pronunciare quelle parole, con un filo di voce che tradiva l’incredulità e il dolore, è stato un ragazzo di sedici anni, il quale – pur ferito e sotto choc – è rimasto in linea con l’operatore per oltre mezz’ora, ricevendo un primo, fondamentale sostegno psicologico nell’attesa che le ambulanze arrivassero. Quel grido d’aiuto, partito da una casa affacciata sulla statale nelle vicinanze del santuario di San Paterniano a Fano, ha aperto uno squarcio su un dramma familiare che, secondo la ricostruzione fornita dagli inquirenti, ha per protagonista il figlio maggiore Safi Md, ventunenne (compiuti da pochi giorni, il 25 aprile), il quale con una furia cieca e improvvisa ha accoltellato il padre, la madre e il fratello minore.

La furia cieca in viale XII Settembre e i tre coltelli insanguinati

Nell’abitazione di viale XII Settembre, dove la famiglia di origine bengalese vive in affitto da più di due anni, i carabinieri hanno rinvenuto più coltelli da cucina sporchi di sangue; tre di essi sono stati sequestrati come elementi centrali del fascicolo processuale. Uno di quelle lame, in particolare, era rimasta conficcata nella schiena del capofamiglia, Ripon, quarantaseienne che al momento del ricovero versava in condizioni disperate. Trasportato d’urgenza all’ospedale regionale di Torrette di Ancona, l’uomo – colpito alla testa, al collo e alla schiena – è stato sottoposto a un delicato intervento di neurochirurgia; i sanitari lo tengono tuttora in prognosi riservata, con la vita appesa a un filo. La madre, Rebecca Sultana di 43 anni, e il fratello minore, entrambi ricoverati nello stesso nosocomio, hanno riportato ferite profonde: la donna una frattura cranica e tagli al volto, il sedicenne lesioni al collo e alle braccia. Sebbene non siano in pericolo di vita immediato, anche per loro la prognosi resta riservata, segno della violenza inaudita dei colpi, inferti con modalità che la polizia scientifica sta ancora ricostruendo minuziosamente.

La confessione spontanea e la versione dei legali: «Maltrattato dal padre»

Il giovane, dopo essere fuggito dall’appartamento, è stato bloccato dai carabinieri a una cinquantina di metri dall’abitazione; non ha opposto resistenza, anzi – quasi come se cercasse una liberazione – ha subito ammesso le proprie responsabilità con un secco «Sono stato io». Nell’interrogatorio durato circa un’ora davanti al pm, il ventunenne ha chiesto scusa, dichiarando di non aver mai voluto uccidere i propri familiari e che non si trattava di un gesto premeditato. Tuttavia, gli avvocati Andrea Floriani e Marco Baietta, che lo assistono, hanno fornito una chiave di lettura differente rispetto all’ipotesi iniziale di una lite scoppiata per futili motivi: secondo la difesa, non ci sarebbe stata una vera e propria discussione, bensì «un raptus improvviso, conseguenza dei continui maltrattamenti che il giovane subiva dal padre». Una versione, quest’ultima, che getta un’ombra inquietante sui rapporti all’interno delle mura domestiche, dove il capofamiglia sembrava avere una predilezione per il figlio minore, descritto da amici e parenti come un “ragazzo modello”, a discapito del maggiore, giudicato più introverso e solitario.

Il profilo del giovane operaio e il movente della gelosia fraterna

Lavoratore in una fabbrica di Bellocchi, Rafi (questo il nome con cui era conosciuto nell’ambiente) era solito entrare e uscire di casa senza dare confidenza ai vicini; una cugina, ascoltata dagli investigatori, ha parlato di un ragazzo che nelle riunioni familiari preferiva starsene in disparte e che quella sera, prima del fattaccio, era rientrato dopo essere stato in un pub, probabilmente in condizioni di alterazione psicofisica. I carabinieri stanno vagliando la pista dell’acredine accumulata nei confronti del fratello sedicenne, un risentimento che sarebbe covato sotto la cenere per mesi e che quella notte, forse alimentato dall’alcol, avrebbe trovato uno sfogo letale. I legali, pur non escludendo di richiedere una perizia psichiatrica per accertare la capacità di intendere e di volere del loro assistito al momento del fatto, sottolineano che l’aggressione non è scaturita da una lite improvvisa ma da un disagio interiore profondo. Trasferito nel carcere pesarese di Villa Fastiggi, il giovane attende ora l’interrogatorio di garanzia, che si terrà nei prossimi giorni davanti al gip; il giallo sulle motivazioni reali – se la rabbia repressa per le presunte angherie paterne o la gelosia verso il fratello “preferito” – resta il nodo centrale che la giustizia dovrà sciogliere.

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