La flotilla, i due prigionieri e quella bandiera italiana sventolata come un salvacondotto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ierapetra, Creta. La piazza accanto al porto è ancora gremita di quei sostenitori che, tra kefiah sventolate e promesse di fedeltà, giurano agli attivisti della Flotilla che il loro viaggio non si fermerà qui. Eppure, l’eco di quelle voci – “Siamo con voi, vi seguiamo” – fatica a coprire il rumore delle catene che, a centinaia di miglia di distanza, legano i polsi di due uomini rinchiusi in un carcere israeliano. L’ultima udienza al tribunale di Ashkelon ha consegnato Thiago Avila e Saif Abukeshek ad altri due giorni di detenzione, prolungando l’incubo legale che li vede accusati di terrorismo mentre, fuori da quelle mura, la macchina diplomatica dei rispettivi governi – Brasile e Spagna in testa – prova invano a smontare l’accusa israeliana di “assistenza al nemico in tempo di guerra”.

Se i 175 compagni di viaggio fermati nello stesso blitz navale hanno già rimesso piede su suolo europeo, per i due membri del direttivo della spedizione la situazione appare drammaticamente diversa. I legali dell’ong Adalah, riusciti a incontrare i detenuti nel carcere di Shikma, hanno consegnato ai tabloid un resoconto che sa poco di resistere passiva e molto di violenza statale: Thiago Avila ha raccontato di essere stato trascinato a faccia in giù e picchiato al punto da perdere i sensi per due volte, fermo restando che, anche se il governo Netanyahu nega la tortura, i segni sul volto del medico – visibili nonostante l’abbronzatura – sembrano suggerire un trattamento che va ben oltre la normale procedura di abbordaggio. Le fascette che hanno immobilizzato i polsi dello spagnolo-palestinese per quasi due giorni rappresentano, insomma, il biglietto da visita di una democrazia che si difende in catene, per usare una formula che calza a pennello in questo contesto.

Ma c’è un aspetto, in questa vicenda, che stride più degli altri e che riguarda da vicino l’Italia: l’uso strumentale della bandiera. L’imbarcazione su cui viaggiavano i due arrestati batteva, infatti, il tricolore, e ora i loro legali accusano Roma di immobilismo, sostenendo che, in base al diritto del mare, prelevarli in acque internazionali da una nave italiana sarebbe come sequestrarli “dal centro di Roma”. Una tesi, questa, che solleva una domanda scomoda: può davvero bastare issare una bandiera – noleggiando una scocca galleggiante – per rivendicare la protezione della Farnesina, specialmente quando ci si imbarche volontariamente in una missione che sa di sfida alle regole di blocco navale imposte da uno Stato sovrano?

La risposta, se vogliamo, è già nella reazione concreta – o nella mancanza di essa – da parte delle istituzioni. Mentre il governo italiano si limita a richieste generiche di rilascio, gli avvocati hanno già depositato un ricorso d’urgenza alla Corte europea dei diritti dell’uomo, tentando di forzare la mano a un esecutivo che, in questa delicata partita mediorientale, sembra più preoccupato di non rompere gli indugi con l’alleato israeliano che di tutelare due soggetti che hanno scelto di esporsi volontariamente al rischio. E, in barba alle querele e alle manette, il motore della Flotilla non si ferma: “Dobbiamo ripartire, con gli abbordaggi abbiamo subito un colpo ma non ci possiamo fermare”, ripetono gli organizzatori, pronti a rimettere in sesto le barche greche per un nuovo tentativo di forzare il blocco di Gaza.

Lo scenario, insomma, si fa sempre più intricato. Il lungo braccio di ferro tra attivisti pro-Pal e la marina israeliana continua a consumarsi in quelle acque internazionali che sembrano una terra di nessuno dove il diritto viene applicato a colpi di proiettili di gomma e speronamenti tra scafi. Per Avila e Abukeshek, la prigione si allunga di 48 ore; per i loro compagni, la rotta verso Gaza è solo rinviata. E nel mezzo, quella bandiera italiana issata a poppa non è valsa a garantire la libertà, ma rischia di trasformarsi in un boomerang giudiziario per la credibilità internazionale di un paese che, volenti o nolenti, si trova a fare i conti con la sorte di due “cittadini” improvvisati.

Un abbordaggio a colpi di laser e fascette

Ricostruendo la dinamica dell’intercettazione, emergono dettagli che restituiscono la brutalità dell’operazione condotta dai commando israeliani. Non c’è stato nulla di “pacifico” nell’assalto alla flottiglia, se è vero – come denunciato dai reduci – che le motovedette nere hanno circondato le imbarcazioni nella notte tra il 29 e il 30 aprile, puntando fari accecanti e mirini laser dritti contro gli occhi degli occupanti. Gli attivisti, svegliati di soprassalto, sono stati costretti a mettersi a quattro zampe sul ponte mentre i militari, calatisi da elicotteri e gommoni, sigillavano i polsi di tutti con le ormai celebri fascette di plastica. Una vera e propria operazione di polizia in mare aperto, studiata nei minimi dettagli dall’intelligence israeliana che, come evidenziato da fonti vicine alla vicenda, non si è mai fatta problemi ad allungare le mani ben oltre le proprie acque territoriali per impedire che le navi potessero raggiungere le coste di Gaza.

Tra urla e ordini impartiti in ebraico, la confusione era totale. Sei degli attivisti, ritenuti i capi della spedizione, sono stati immediatamente isolati dal resto del gruppo e trasferiti su una nave cargo adattata a prigione galleggiante, mentre gli altri 170 venivano ammassati in stive anguste. Solo grazie a un dietrofront dell’ultimo minuto – sollecitato dalle pressioni diplomatiche greche – la maggior parte dei fermati ha potuto sbarcare a Creta, lasciando però indietro Avila e Abukeshek, destinati a finire dritti nel mirino dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano. I due, infatti, erano già nel mirino delle autorità: il primo per presunti legami con la campagna di boicottaggio contro Israele, il secondo in quanto palestinese con passaporto straniero attivo nelle conferenze internazionali contro l’occupazione.

L’incubo giudiziario e il silenzio della Farnesina

Mentre i militari israeliani giustificano l’uso della forza come necessaria reazione a quella che definiscono “resistenza passiva” degli attivisti, in tribunale la partita si gioca su un crinale strettamente giuridico. I pubblici ministeri israeliani hanno chiesto un prolungamento della custodia di quattro giorni, ma il giudice di Ashkelon ha ridotto il termine a due, un piccolo segnale che non basta comunque a placare le ire dei governi europei. Per l’Italia, come detto, la questione è particolarmente spinosa perché coinvolge la responsabilità dello Stato di bandiera. Secondo l’esposto presentato alla procura di Roma, le autorità italiane erano state tempestivamente informate del rischio imminente per l’incolumità degli attivisti a bordo della ‘Eros 1’, eppure non hanno attivato alcuna procedura di soccorso o intervento diplomatico risolutivo prima che i marines israeliani facessero irruzione. Una colpa di negligenza che, se accertata, potrebbe costringere l’Italia a rispondere non solo del mancato soccorso in mare, ma anche del conseguente trattamento disumano subito dai due detenuti.

La protesta, del resto, si è già spostata dalle aule di giustizia alle piazze italiane, come dimostra il presidio organizzato a Catania sotto la prefettura, dove la rete di solidarietà “Catanesi Solidali con il Popolo Palestinese” ha chiesto a gran voce la liberazione dei due “prigionieri politici”. “Non si tratta di terroristi – tuonano gli organizzatori – ma di due pacifisti disarmati, fermati illegalmente in acque internazionali mentre portavano aiuti umanitari”. Un ritornello che, per quanto generoso, si scontra però con la dura realtà di un sistema giudiziario israeliano che non sembra intenzionato a cedere di un millimetro, forte di una legislazione antiterrorismo che concede ampi margini di manovra per la detenzione amministrativa senza processo.

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