Piazza Affari in balia dei venti contrari: dazi e petrolio gelano il Ftse Mib, volano Stm e Nexi
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Redazione Economia
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La prima seduta della settimana si apre con il segno dell’incertezza per Piazza Affari, dove i maggiori indici viaggiano in ordine sparso rispecchiando la fragilità di un equilibrio dettato dalle tensioni geopolitiche e commerciali. Se da un lato il Ftse Mib segna una flebile flessione dello 0,05%, attestandosi a 48.222 punti in un range compreso tra un minimo di 48.220 e un massimo di 48.418, dall’altro la sostanziale tenuta generale cela però dinamiche settoriali diametralmente opposte. Il Ftse Italia All Share cede infatti lo 0,02%, mentre a sorprendere in positivo sono i comparti delle mid e small cap, con il Ftse Italia Mid Cap che guadagna lo 0,35% e il Ftse Italia Star che addirittura balza dello 0,7%. Questa divergenza interna al listino suggerisce una rotazione del capitale verso segmenti considerati meno esposti alle manovre aggressive annunciate dalla Casa Bianca, dove la minaccia dei dazi al 25% sulle auto e sui camion provenienti dall’Unione Europea – l’ennesima mossa di Trump dopo l’accusa all’Ue di non rispettare gli accordi commerciali – ha subito innescato un fisiologico movimento di avversione al rischio sui titoli più pesanti.
Il peso dei dazi e il controcanto tecnologico
Sul fronte dei titoli automobilistici, l’annuncio di Washington pesa come un macigno, gettando un'ombra proprio su quei gioielli industriali che hanno fatto la storia del made in Italy. Ferrari e Stellantis, insieme a Iveco, si trovano infatti direttamente nel mirino delle nuove barriere; se per il marchio di Maranello la reazione iniziale è stata una flessione che riflette la percezione di un mercato ormai abituato a leggere queste mosse come armi di negoziato, la situazione resta fluida e in attesa di eventuali contromisure da Bruxelles. Tuttavia, a riequilibrare parzialmente il bilancio del Ftse Mib ci pensano due protagoniste inaspettate: Stm e Nexi. Il colosso dei semiconduttori (Stm) ha messo a segno un balzo vicino al 4%, confermando un trend rialzista alimentato da risultati trimestrali che continuano a sorprendere positivamente gli analisti. Parallelamente, Nexi viaggia sui massimi giornalieri, spinta da rumours di mercato che vedrebbero un rinnovato interesse del private equity nei confronti della fintech italiana, una prospettiva – va detto – che non trova ancora conferme ufficiali ma che alimenta la speculazione.
La mossa di Leonardo Maria Del Vecchio su Delfin
Tra le dinamiche societarie che animano la seduta, spicca l’operazione che riguarda da vicino le quote di Delfin, la cassaforte di famiglia che controlla un impero fatto di partecipazioni strategiche. Leonardo Maria Del Vecchio, il quartogenito del fondatore, ha messo a segno un’acquisizione cruciale: rilevando le quote dei fratelli Paola e Luca, ha infatti triplicato la sua esposizione nella holding, portando la propria partecipazione complessiva al 37,5%. Delfin, come noto, rappresenta un azionista di primo piano non solo per Mps – dove detiene una fetta rilevante – ma anche per Generali, dove ricopre il ruolo di secondo maggiore azionista. Questo assestamento degli equilibri interni alla dinastia, perfezionato non senza frizioni tra gli eredi, ridisegna gli assetti di voto e l’influenza futura all'interno della finanziaria lussemburghese, un passaggio che il mercato sta monitorando con attenzione per capire le eventuali ricadute sulla governance degli istituti coinvolti.
Lo spettro del petrolio e lo stallo nello Stretto di Hormuz
A complicare ulteriormente lo scenario macroeconomico c’è però la nuova impennata del greggio, schizzato nuovamente oltre la soglia dei 111 dollari al barile. A innescare la corsa delle materie prime è stata la replica del presidente Trump alla controfferta iraniana: definita "inaccettabile" da Washington, la posizione di Teheran ha spinto la Casa Bianca ad annunciare la scorta militare alle navi mercantili e alle petroliere in transito nello Stretto di Hormuz. Questa decisione – che l’amministrazione americana definisce una missione di natura umanitaria per sbloccare le rotte – è stata immediatamente interpretata dal regime iraniano come un atto provocatorio, al limite della dichiarazione di guerra. Teheran ha già promesso una reazione ferma, gettando inquietudine sui mercati azionari europei che temono un’escalation capace di congestionare definitivamente uno dei punti nevralgici del commercio energetico mondiale. L’equity del Vecchio Continente sconta inevitabilmente questo stallo, e Milano, nonostante la tenuta relativa di alcuni listini, finisce per subire il contraccolpo psicologico di una crisi diplomatica senza vie d’uscita immediate.




