Ftse Mib, la settimana si chiude tra stm in rally e il peso di hormuz

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La volatilità ha continuato a dettare legge anche nell’ultima seduta di una ottava, quella appena trascorsa, che ha messo a dura prova la tenuta di Piazza Affari. L’indice Ftse Mib, muovendosi in un contesto di incertezza dettato dall’alternarsi di tensioni geopolitiche e dalla corsa del petrolio, ha subito la pressione di una serie di elementi tecnici concomitanti, tra i quali l’effetto distorsivo dello stacco cedole da parte di otto società – una circostanza che da sola ha sottratto circa lo 0,62% al listino – senza dimenticare l’impatto delle trimestrali (quelle societarie, s’intende) che hanno iniziato a influenzare pesantemente i corsi azionari.

Se da un lato il comparto tecnologico ha offerto spunti interessanti grazie a STMicroelectronics – il cui titolo, dopo il balzo a doppia cifra della vigilia in scia ai conti, ha continuato a sovraperformare registrando un nuovo picco a 52 settimane -2-5 – dall’altro l’elenco dei peggiori è risultato piuttosto affollato: a guidare i ribassi ci hanno pensato i titoli della difesa, con Avio in netta flessione, seguita a ruota da Leonardo e Fincantieri. Non va meglio per il comparto del lusso, dove Moncler e Cucinelli hanno subito una pesante ondata di vendite, complice la crescente avversione al rischio che costringe gli investitori a rivedere le proprie esposizioni sui beni discrezionali.

Lo stallo in Medio Oriente e il greggio che non molla

Il vero nodo, quello che ha tenuto banco per tutta la settimana, risiede nello stallo delle trattative tra Stati Uniti e Iran – una situazione che, di fatto, mantiene sotto scacco lo Stretto di Hormuz. Le acque, in questo senso, restano agitate: se da una parte c’è chi tira il fiato per la tregua tra Israele e Libano (una tregua peraltro fragile), dall’altra Teheran e Washington non trovano un punto d’incontro, e il braccio di ferro nel canale strategico ha riacceso la miccia sui prezzi delle materie prime. Il Brent, il cui future con scadenza a giugno ha superato quota 106 dollari al barile con un rialzo dell’1,5%, è tornato a correre, e lo stesso ha fatto il Wti sui 97 dollari.

Per gli operatori questa dinamica rappresenta una spada a doppio taglio: il caro energia, alimentando le aspettative di inflazione, ha finito per sostenere i rendimenti obbligazionari e, parallelamente, ha rimesso sotto pressione le valutazioni delle azioni, in particolare quelle più legate ai cicli economici. Ne è una prova evidente l’andamento dello spread Btp-Bund, che nella giornata odierna ha segnato un lieve allargamento fino a 80 punti base, con il rendimento del decennale italiano attestato al 3,82%.

La morsa delle trimestrali e il differenziale tra vincitori e vinti

Mentre i riflettori restano puntati sull’evoluzione (o meglio, sull’assenza di evoluzione) del rischio bellico in Medio Oriente, la stagione delle comunicazioni finanziarie ha continuato a scandire i ritmi del listino. Se STM ha raccolto i frutti di una guidance superiore alle attese, confermandosi come l’asso nella manica della settimana, altre realtà hanno sofferto il confronto con le aspettative del mercato. Eni – che pure ha presentato dei conti sotto la lente – ha mostrato una certa tenuta, sostenuta dall’annuncio di un programma di buyback che ha fatto da contrappeso a dati non esaltanti.

Sul fronte opposto, le banche hanno vissuto una seduta complicata: l’effetto combinato dell’impennata del greggio e delle tensioni geopolitiche, due elementi che storicamente non amano il settore del credito, ha spinto giù Unicredit e Intesa Sanpaolo, contribuendo in modo significativo al rosso della piazza. Anche il comparto dei viaggi e dell’industria pesante, se si esclude la resilienza di Saipem e Prysmian, ha mostrato vistosi segni di cedimento, in quella che si configura come una fuga verso asset ritenuti più sicuri o, al contrario, verso quei pochi titoli (come STM) capaci di offrire una crescita solida a prescindere dal contesto esterno.

Parigi e Londra non tengono il passo, Tokyo prova a svoltare

Il quadro delineato da Milano, d’altronde, non rappresenta un’eccezione nel panorama del Vecchio Continente, dove l’indice Stoxx 600 ha ceduto terreno in misura consistente. La Borsa di Parigi ha toccato un calo dell’1% in scia a quella milanese, risentendo anch’essa del doppio binomio difesa-lusso, mentre Londra ha arrancato nonostante la debolezza della sterlina (che solitamente giova alle multinazionali) non sia riuscita a compensare l’effetto paralizzante dell’incertezza.

A segnare il passo, pur in un contesto più articolato, anche la Cina, con gli indici di Shanghai e Shenzhen che hanno chiuso la sessione in territorio negativo, schiacciati dal peso delle materie prime importate e dalla fragilità della domanda globale. In controtendenza rispetto a questo marasma occidentale, invece, ha agito la Borsa di Tokyo, dove il Nikkei ha messo a segno un rialzo dell’1%: un dato che fa riflettere, se si considera come gli investitori nipponici abbiano scontato la vigilia negativa di Wall Street (quella colpita dai ribassi dei titoli tecnologici) forse meglio dei colleghi europei, cercando rifugio in comparti industriali più protetti dalle turbolenze valutarie e geopolitiche del momento.

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