Borse in ansia per Hormuz, petrolio a 117 dollari. A Milano corre Stm, Eni cerca un acquirente per Brindisi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Si chiude una seduta, quella del 29 aprile, all’insegna della fragilità per i listini del Vecchio Continente, messi alle strette da un rincaro inarrestabile dell’oro nero e dall’attesa spasmodica per le mosse della Federal Reserve. Se da un lato l’azionario soffre, dall’altro lo spread tra rendimenti e materie prime si allarga nuovamente a sfavore del rischio: il Brent, scambiato oramai stabilmente sopra i 117 dollari al barile, continua a riflettere l’incognita più pesante per le economie importatrici, ovvero la chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz. In assenza di un cessate il fuoco o di una tregua negoziata tra le parti in conflitto – segnali che per ora latitano – la via d’acqua cruciale per i rifornimenti globali resta di fatto impraticabile, stressando una catena logistica già provata dalle tensioni geopolitiche.

Guardando ai numeri, l’Europa ha pagato dazio in maniera diffusa, sebbene con intensità diverse. Milano (Ftse Mib -0,5%) ha allineato la propria performance a quella di Parigi e Francoforte, entrambe ferme su cali dello 0,4%, mentre Londra ha accusato il colpo peggiore scivolando dell’1,2%. La seduta asiatica, priva del contributo di Tokyo per una festività nazionale, aveva già mostrato un approccio cauto, con gli altri listini da Seul a Shanghai in leggero progresso ma senza slanci. È in questo clima di incertezza – alimentato anche dagli imminenti conti delle big tech americane, da Alphabet a Microsoft, attesi per la serata – che Piazza Affari ha cercato riparo in alcuni specifici comparti, dimostrando che la selezione resta l’unica strategia vincente in un mercato orizzontale.

Il rimbalzo dei semiconduttori e l’asse su Nexi

Contrariamente alla tendenza generale, non mancano le sorprese a doppia cifra sul listino milanese. Stmicroelectronics ha chiuso in vetta con un balzo del 6%, beneficiando di un effetto domino positivo innescato dalla trimestrale dell’olandese Nxp: le notizie sul comparto chip, che solo qualche seduta fa destavano timori per un rallentamento della domanda legata all’intelligenza artificiale, tornano così a rassicurare gli investitori. Parallelamente, il mondo della finanza si è infiammato sulle carte di Nexi. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il fondo di private equity Cvc Capital starebbe valutando un’offerta da 9 miliardi di euro per il gruppo italiano dei pagamenti, una mossa che, se concretizzata, rappresenterebbe uno dei più grandi leveraged buyout degli ultimi anni nel Belpaese.

Sul fronte industriale puro, Eni ha compiuto un passo formale per la riconversione del polo petrolchimico di Brindisi. Nel corso di un incontro con il ministro delle Imprese Adolfo Urso, la società ha comunicato di aver incaricato un advisor – individuato secondo fonti vicine al dossier in Jp Morgan – per cercare un soggetto industriale interessato all’acquisizione dell’impianto di cracking. L’operazione si inserisce nel più ampio piano di trasformazione del sito, che dovrà conciliare la transizione energetica con il mantenimento dei livelli occupazionali, una partita delicata per la chimica italiana.

Lo sguardo oltreoceano tra tassi e intelligenza artificiale

A rendere la fotografia della giornata ancora più complessa contribuisce l’attesa per la riunione della Fed. Il mercato dà ormai per scontato il mantenimento dei tassi nello stretto, ma l’attenzione è tutta rivolta al tono della conferenza del presidente Jerome Powell. Se l’economia americana mostra una resilienza sorprendente – e i prezzi del petrolio continuano a salare il conto dell’inflazione – il rischio di una comunicazione restrittiva frena qualsiasi entusiasmo. A ciò si aggiunge l’ombra delle trimestrali tecnologiche: i dubbi sulla tenuta dei modelli di business dell’intelligenza artificiale, alimentati da indiscrezioni su alcuni conti del settore, hanno raffreddato gli animi proprio alla vigilia dei report di Amazon, Meta e Alphabet.

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