L'Italia snobba l'auto elettrica: i concessionari esportano le EV al nord e importano benzina low cost
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Redazione Economia
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Il mercato automobilistico italiano, fotografato nei primi mesi del 2026, rivela una frattura profonda tra le politiche di transizione energetica e le reali strategie commerciali dei concessionari, i quali, stando a un’analisi condotta da AutoProff (la piattaforma B2B di AutoScout24), avrebbero ormai consolidato un doppio binario operativo piuttosto netto. Da un lato, infatti, i professionisti del settore spingono verso l’estero, prevalentemente verso paesi del Nord Europa come la Danimarca e la Germania, le vetture a batteria, intercettando una domanda straniera molto più vivace di quella nazionale; dall’altro, importano con regolarità automobili a benzina, spesso a basso costo, per soddisfare la domanda locale, che appare ancora fortemente ancorata alle motorizzazioni tradizionali. Questo flusso bidirezionale, di fatto, trasforma l’Italia in una sorta di piattaforma di smistamento piuttosto che in un mercato maturo per la mobilità a zero emissioni, un paradosso che emerge con chiarezza dai numeri delle immatricolazioni.
Il mercato B2B e la fuga dell’elettrico verso l’Europa del Nord
Il canale professionale, quello delle compravendite tra aziende, è il termometro più preciso di questa tendenza, e la strategia dei dealer italiani appare ormai cristallizzata: esportare l’elettrico e importare il termico. I dati diffusi da AutoProff confermano una polarizzazione che vede l’Italia come un serbatoio di veicoli a batteria per quei mercati, scandinavi in primis, dove gli incentivi sono strutturati in maniera più organica e la sensibilità ecologica – o forse semplicemente il potere d’acquisto – è decisamente maggiore. Le rilevazioni di Eurostat, del resto, dipingono un’Europa spaccata in due sulla mobilità pulita, con le regioni settentrionali del continente che divorano auto elettriche e quelle meridionali, Italia in testa, che arrancano, mostrando una spiccata preferenza per i propulsori tradizionali o, al massimo, per soluzioniibride. È un circolo vizioso che si autoalimenta: la domanda interna debole scoraggia l’immatricolazione di EV da parte dei concessionari, i quali, per non perderne il valore, le dirottano all’estero, impoverendo ulteriormente l’offerta sul territorio nazionale e rallentando di fatto il ricambio del parco circolante.
I numeri di un mercato a due velocità tra crescita e ritardi strutturali
Eppure, a guardare i dati di vendita degli ultimi mesi, verrebbe da pensare a un’inversione di tendenza. A febbraio 2026, secondo le elaborazioni di ANFIA e Motus-E, le immatricolazioni di auto full electric in Italia hanno fatto segnare un balzo dell’81,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, con una quota di mercato salita al 7,9% (grazie alle 12.483 unità vendute) e un parco circolante che ha sfiorato le 382.000 unità. Un risultato che segue il già positivo +40,7% di gennaio, quando la quota si era attestata al 6,6%. Una progressione che, sulla carta, parrebbe importante, ma che va contestualizzata: si tratta spesso delle conseguenze delle consegne di vetture prenotate con gli incentivi dello scorso ottobre, esauriti in pochi giorni, e non di un cambiamento strutturale della domanda. Lo sottolinea con una certa preoccupazione il presidente di Motus-E, Fabio Pressi, il quale avverte che, una volta smaltito l’effetto dei vecchi bonus, l’Italia rischia seriamente di tornare a essere fanalino di coda in Europa, soprattutto se paragonata a mercati come quello francese o tedesco dove gli incentivi sono stati confermati o addirittura potenziati. La fotografia scattata da Unrae e Prometeia per il 2026 parla chiaro: si prevede un mercato stabile attorno a 1,54 milioni di immatricolazioni, con una crescita dell’elettrico puro lenta e graduale, stimata intorno a un punto percentuale all'anno, assolutamente non in linea con i target UE sulle emissioni.
La riscossa dell’ibrido plug-in e il ruolo delle flotte aziendali
Mentre l’elettrico puro fatica a decollare in modo autonomo, a crescere in maniera robusta è invece il comparto delle ibride plug-in (PHEV), che a febbraio hanno visto le vendite più che raddoppiare (+102,7%), raggiungendo una quota dell'8%. Un incremento che, nel cumulato dei primi due mesi dell'anno, arriva addirittura al +116,7%, portando la quota all'8,1%. Un successo che si spiega anche con le modifiche normative relative al fringe benefit per le auto aziendali, un canale, quello delle flotte, che in Italia rappresenta un nodo cruciale e, al tempo stesso, un ritardo storico. Il presidente dell'Unrae, Roberto Pietrantonio, ha più volte sollecitato una riforma della fiscalità per questo specifico segmento, definendo l’attuale impianto normativo – fermo agli anni Novanta – un ostacolo insormontabile per il rinnovo del parco e la diffusione delle zero emissioni. La crescita delle plug-in, in attesa di vedere se riusciranno a mantenere questo ritmo, dimostra comunque che, quando le condizioni economiche e fiscali diventano favorevoli, il mercato reagisce. Un segnale che arriva in un contesto dove il noleggio a breve termine continua a trainare le immatricolazioni complessive, come evidenziato dall'Unrae a febbraio: depurando il dato mensile da questa componente, la crescita si ridimensionerebbe sensibilmente, passando dal +14% a un più contenuto +9%.
Stellantis e i cinesi: la geopolitica dell’auto nel bimestre 2026
A muovere i volumi, nel frattempo, ci pensa Stellantis, che nei primi due mesi dell'anno ha corso a una velocità doppia rispetto al mercato. A febbraio il gruppo guidato per l'area Italia da Santo Ficili ha immatricolato 53.592 veicoli, con un balzo del 27,7% che gli ha valso una quota di mercato del 34%, letteralmente trascinata dai nuovi modelli e dalla Fiat Pandina, regina incontrastata delle vendite. Ma la novità più rilevante, forse, è l'ascesa di Leapmotor, il brand cinese partecipato dal gruppo, che con la piccola T03 si è aggiudicato il primato di auto elettrica più venduta a febbraio, conquistando da sola il 39,1% del mercato Bev totale e il 51,4% del canale privati. Un dato che lancia un segnale forte: l'elettrico che piace agli italiani, per ora, è quello low-cost. Nello stesso periodo, anche Byd ha registrato il suo miglior risultato mensile dall'ingresso in Italia, con 4.110 immatricolazioni e una quota del 2,6%, imponendosi come leader assoluto nel segmento delle ibride plug-in grazie ai suoi Suv. Un quadro che complica ulteriormente la strategia industriale europea e che rende ancora più urgente una riflessione su come evitare che la Penisola diventi una semplice discarica a cielo aperto per auto a basso prezzo o, al contrario, un esportatore di tecnologia verso chi è più ricco.




