«Il diavolo veste Prada 2», il ritorno di Andy Sachs tra premi e vecchie rivalità
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il passo è spedito, gli occhiali neri e la mise rigorosamente newyorkese – alta moda che non impedisce, anzi favorisce, lo slalom tra il traffico umano e quello automobilistico – raccontano una Andy Sachs (Anne Hathaway) ormai lontana parente della ragazza impacciata che vent’anni fa subiva i soprusi della redazione di «Runway». La sua meta, invece di una caotica sala stampa, è una sala banchetti: lì si celebrano i premi per il reportage giornalistico. E proprio questa metamorfosi, silenziosa ma inequivocabile, fa da spartiacque tra il passato di tirocinante sottomessa e un presente dove la professionalità ha finalmente preso il sopravvento sulla semplice sopravvivenza. Nessuna traccia, almeno in apparenza, della temutissima Miranda Priestly (Meryl Streep), se non nei ricordi di chi quella dinamica di potere l’ha vissuta sulla propria pelle.
Numeri da capogiro per il sequel al box office italiano
Il ritorno del diavolo – o meglio, della sua scia di paillettes e crudeltà eleganti – si è tradotto in cifre che pochi blockbuster riescono a eguagliare. Da mercoledì, «Il diavolo veste Prada 2» ha preso d’assalto le sale italiane: quasi 3 milioni di euro incassati in un solo giorno, con 341.356 spettatori distribuiti su 564 schermi. Un debutto che profuma di fenomeno generazionale, capace di attirare non solo i fan della prima ora ma anche uno stuolo di nuovi spettatori, magari incuriositi dal passaparola o dalla fama intramontabile del personaggio di Priestly. E mentre il primo weekend si appresta a consolidare questo successo, le sale astigiane – da ieri, giovedì – si arricchiscono di altre novità, seppure nessuna sembri in grado di scalzare la regina della moda dal trono.
Dalla Disney alla cronaca di riviste: l’archetipo del film
A guardarlo bene, attraverso la lente della costruzione tipologica e psicologica dei personaggi, il primo «Diavolo veste Prada» aveva già tutto l’armamentario dei classici Disney: principesse generose costrette a farsi largo tra sorellastre invidiose, principi azzurri discreti e un po’ inutili che aspettano nell’ombra, consiglieri saggi e tycoon avidi. Il sequel, seppure ambientato in un’arena diversa come quella dei premi giornalistici, non rinnega questa impalcatura. Le rivalità professionali si tingono però di presente: non più solo il terrore di una direttrice onnipotente, ma la competizione tra pari, i riconoscimenti da conquistare e quella sottile linea che separa l’ambizione dalla sopraffazione. E Andy, ormai veterana, sembra avere gli strumenti per giocare una partita diversa.
Il ceruleo, Chanel e la prima serata di Canale 5
Nel frattempo, la macchina mediatica continua a rimescolare passato e futuro. A dimostrarlo, la scelta di Canale 5 di dedicare la prima serata del 1° maggio al cult originale: il monologo sul maglione ceruleo – quello dove Priestly umilia Andy con una lezione di storia della moda – e i battibecchi tra Streep e Hathaway tornano così a far compagnia a un pubblico affezionato. E proprio in concomitanza con il boom del sequel, riemergono aneddoti di produzione: il budget ridicolo per i costumi del primo film, con la costumista costretta a implorare Chanel per ottenere un prestito adeguato. Un dettaglio che, letto oggi, suona quasi come una beffa, vista la fortuna commerciale e critica di un’opera che ha finito per influenzare persino il modo in cui si racconta il giornalismo di moda.




