La guerra degli extraprofitti che spacca l’Europa e mette in allarme i petrolieri italiani

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La proposta di una nuova tassazione sugli extraprofitti delle società energetiche – avanzata da un fronte compatto di cinque paesi Ue, tra cui l’Italia – ha innescato una reazione immediata e durissima da parte degli operatori del downstream petrolifero nazionale. Quegli stessi attori, che negli ultimi mesi hanno beneficiato di margini eccezionalmente elevati a causa delle fluttuazioni dei mercati legate al conflitto in corso, vedono ora nella misura un potenziale boomerang capace di disincentivare gli investimenti in quelle rinnovabili necessarie per uscire dalla crisi. La lettera congiunta firmata dai ministri delle Finanze di Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Austria, e indirizzata al commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra, chiede infatti un tributo straordinario per finanziare le misure contro il caro bollette, sottolineando come «chi sta guadagnando per le conseguenze del conflitto debba fare la propria parte».

I numeri di Greenpeace e la replica del settore

Nel corso della trasmissione Ecoagenda su Teleambiente, il responsabile delle relazioni istituzionali scientifiche di Greenpeace Italia, Alessandro Giannì, ha portato un dato difficile da ignorare: solo nel mese di marzo, le compagnie petrolifere europee avrebbero accumulato 25 miliardi di extraprofitti rispetto alla media dei due mesi precedenti. Una cifra, questa, che secondo l’ambientalista dimostrerebbe quanto i petrolieri siano «molto contenti di queste guerre», proprio mentre il nuovo Decreto bollette – a suo avviso – destabilizza il quadro normativo e frena la transizione energetica. Dall’altra parte, però, chi opera nella raffinazione e distribuzione di carburanti respinge al mittente l’accusa, definendo «piena di demagogia» l’idea che dalla crisi del gas e del petrolio si possa uscire inasprendo la pressione fiscale.

Cinque governi contro le multinazionali

La richiesta dei cinque ministri dell’Economia non è caduta nel vuoto, anzi: è stata formalizzata in una lettera che invoca «una soluzione europea» per evitare distorsioni di mercato e vincoli fiscali nazionali. Il ragionamento di fondo, esplicitato nella missiva, è che gli extraprofitti generati dall’impennata dei prezzi vadano parzialmente restituiti sotto forma di risorse pubbliche, per alleviare il peso sui cittadini e sostenere le misure anticrisi già adottate dai singoli governi. Un approccio, questo, che rappresenterebbe «un segnale per i cittadini» – si legge ancora – dimostrando che l’Unione è unita e capace di agire. Tuttavia, la partita si gioca interamente a Bruxelles, dove Hoekstra dovrà decidere se trasformare la proposta in un provvedimento vincolante per tutti gli Stati membri.

Uno scontro che preoccupa l’Italia

Il timore, per il comparto energetico italiano, è che una tassa europea sugli extraprofitti si traduca in un ulteriore aumento del costo dei carburanti alla pompa, con effetti immediati sull’inflazione e sulla mobilità di famiglie e imprese. I petrolieri ricordano che senza margini adeguati verrebbero meno le risorse per manutenzione, sicurezza e innovazione tecnologica, mentre i sostenitori del tributo ribattono che quei margini sono gonfiati artificialmente dalle speculazioni belliche. L’esito di questa partita – ancora tutta da giocare nei palazzi comunitari – determinerà se l’Italia potrà contare su un fondo straordinario per calmierare le bollette o se assisterà a una nuova, durissima resa dei conti tra Stato e multinazionali dell’oro nero.

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