Il vertice di Nuova Delhi e la dichiarazione congiunta: l’intelligenza artificiale cerca regole condivise, ma l’onda lunga della tecnologia continua a sollevare interrogativi
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Redazione Economia
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La metafora, per quanto suggestiva e forse anche un pizzico allarmistica, di chi paragona l’avanzata dell’intelligenza artificiale a uno tsunami – di quelli che vedi arrivare da lontano, quando il mare si ritira lasciando uno specchio d’acqua innaturalmente calmo – rende bene l’idea della percezione collettiva. Da una sponda all’altra dell’Oceano, il senso di un cambiamento epocale, qualcosa che potrebbe travolgerci prima ancora che si abbia il tempo di costruire un rifugio adeguato, è palpabile. Ed è proprio in questo clima di attesa, tra la consapevolezza delle potenzialità e il timore per ciò che non si conosce, che si è chiuso a Nuova Delhi il grande vertice globale dedicato all’AI, il primo ospitato dal Sud del mondo. Un appuntamento che ha visto la partecipazione di delegazioni da ogni continente e che si è concluso con un atto formale, la cosiddetta “Dichiarazione di Nuova Delhi”, un testo firmato da 86 paesi e due organizzazioni internazionali, inclusi pesi massimi come gli Stati Uniti – con Donald Trump tornato alla Casa Bianca – e la Cina, per quanto i rispettivi leader non fossero presenti di persona -1-6-9.
L’intesa, che qualcuno ha letto come un successo per la diplomazia tecnologica indiana, ruota attorno a un principio cardine che suona quasi come un auspicio, ovvero quello di un’intelligenza artificiale “sicura, affidabile e robusta” -1-4. Ma è proprio sulla natura di questi aggettivi, sulla loro traduzione in provvedimenti concreti e vincolanti, che il confronto si fa delicato. La dichiarazione finale, infatti, pur riconoscendo l’importanza della sicurezza nei sistemi di AI, si mantiene su un terreno volutamente morbido, privilegiando misure volontarie, linee guida non obbligatorie e un approccio che lascia ampio spazio all’autoregolamentazione dell’industria -6-9. Un approccio, questo, che riflette posizioni già emerse in passato, come la cautela mostrata dagli Stati Uniti durante i negoziati, contrari a forme di controllo globale troppo centralizzate. La sostanza dell’accordo, insomma, sta più nella condivisione di una visione e nella creazione di piattaforme di collaborazione – come il “Global AI Impact Commons”, una sorta di vetrina per casi d’uso virtuosi – che nell’imposizione di standard rigidi e universalmente validi -1-9.
L’asse tra Italia, India e Kenya e il tentativo di portare l’AI in Africa come motore di sviluppo
Mentre i riflettori erano puntati sul plenum e sulla dichiarazione politica, ai margini del summit si sono tessute trame di cooperazione più circoscritte ma non per questo meno significative. Tra queste, spicca l’accordo trilaterale raggiunto tra Italia, India e Kenya, un’intesa che punta a sviluppare le infrastrutture per l’intelligenza artificiale nel continente africano -3. Un progetto che si inserisce nel quadro del Piano Mattei voluto dal governo italiano e che vede la collaborazione del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, presente a Nuova Delhi, con i rispettivi omologhi indiano e keniota. L’obiettivo dichiarato, al di là delle dichiarazioni di principio, è quello di avviare dal prossimo anno una serie di casi d’uso concreti, quindici per la precisione, con un’attenzione particolare alla cosiddetta “voice AI”, quella tecnologia che potrebbe abbattere le barriere linguistiche e consentire a popolazioni con lingue meno diffuse di accedere ai servizi digitali -3.
È in iniziative come queste, forse, che si gioca una parte della partita. Perché se è vero che il dibattito globale si concentra sui grandi principi etici e sui rischi esistenziali, è altrettanto vero che l’intelligenza artificiale è già una realtà operativa, capace di generare impatti immediati sull’economia e sulla società. Lo dimostra, per esempio, la partecipazione di aziende italiane come Sparkle, coinvolta nel progetto del cavo sottomarino Blue Raman che collegherà Mumbai a Genova, o come il gruppo Harmonic Innovation, attivo nel promuovere programmi di accelerazione per startup in Africa -3-7. Un tessuto di relazioni industriali e tecnologiche che, al di là della retorica dei vertici, cerca di costruire ponti operativi. E lo stesso ministro Urso, del resto, nel suo intervento ha sottolineato come per le imprese italiane sia giunto il momento di guardare all’India con rinnovato interesse, anche in vista del prossimo accordo di libero scambio tra Unione Europea e Nuova Delhi, che potrebbe raddoppiare l’export in pochi anni -7.
L’assenza di Gates e le parole di Altman: i big tech tra volontariato d’impegni e affari
Nel frastuono di voci e di annunci, ha fatto notizia anche ciò che non c’era, o meglio, chi non c’era. L’assenza di figure storiche come Bill Gates, un tempo paladino della tecnologia per lo sviluppo, è stata notata, così come hanno attirato l’attenzione le parole di Sam Altman, l’amministratore delegato di OpenAI, presente invece al summit insieme ad altri big del settore come il numero uno di Google, Sundar Pichai -5. La loro partecipazione, peraltro, ha portato alla firma di un altro documento, i “New Delhi Frontier AI Commitments”, un insieme di impegni volontari sottoscritti dalle principali aziende di AI per promuovere un utilizzo inclusivo della tecnologia e per rafforzare la valutazione dei modelli in contesti multilingue, un tema cruciale per paesi come l’India, dove si parlano centinaia di idiomi diversi -5.
Insomma, quello che emerge dal vertice di Nuova Delhi è il ritratto di un settore in piena ebollizione, dove la corsa all’innovazione procede a velocità sostenuta e dove la politica, a livello globale, cerca di tenere il passo. La creazione di una commissione scientifica da parte dell’ONU, annunciata dal segretario generale António Guterres, va proprio in questa direzione: provare a portare chiarezza in un dibattito spesso polarizzato tra entusiasmi acritici e paure paralizzanti -8. “Meno clamore e meno paura, più fatti e prove”, ha detto Guterres, sintetizzando il bisogno di una conoscenza più solida e condivisa. Perché mentre i governi discutono di dichiarazioni non vincolanti e le aziende stringono accordi, l’onda – per restare alla metafora iniziale – continua ad avanzare. E la sensazione, per molti, è che si stia ancora discutendo su come costruire l’argine mentre l’acqua comincia già a bagnarci i piedi.




