Torre Milano, il tribunale assolve tutti: «Abuso edilizio ma in buona fede»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La prima, attesissima sentenza destinata a fare da spartiacque nel vasto e intricato procedimento che ha messo sotto la lente della procura di Milano l'intero comparto dell'urbanistica, si è risolta con un verdetto che per molti versi ribalta le premesse dell'accusa: otto imputati, tra costruttori, progettisti e funzionari comunali, sono stati assolti con formula piena perché «il fatto non costituisce reato»; una decisione, quella emessa dalla giudice Paola Braggion della settima sezione penale, che riconosce la sussistenza di un abuso edilizio nella realizzazione del grattacielo di via stresa, ma al tempo stesso nega la configurabilità dell'elemento soggettivo, sia esso doloso o colposo, richiesto dalla legge per integrare la fattispecie penale.

La prassi che diventava reato

Il caso, come noto, ruota attorno alla cosiddetta Torre Milano, un edificio di ventiquattro piani e oltre ottanta metri d'altezza che, secondo il dettato dell'accusa mossa dalla pm Marina Petruzzella, sarebbe stato il frutto di un'operazione illecita, in cui una nuova costruzione era stata artificiosamente spacciata per una ristrutturazione, beneficiando così della procedura più snella della Scia, la segnalazione certificata di inizio attività, anziché del più gravoso piano attuativo.

La procura, forte di questa impostazione, aveva chiesto condanne a pene detentive e pecuniarie per tutti gli imputati, oltre alla confisca dell'immobile, sostenendo che l'intervento – che aveva sostituito due piccole palazzine – rappresentasse un abuso edilizio e una lottizzazione abusiva, avendo di fatto trasformato il volto del quartiere senza che fossero stati previsti i necessari servizi e oneri di urbanizzazione.

Il tribunale sconfessa l'accusa: manca il dolo

Il tribunale, tuttavia, ha offerto una lettura radicalmente diversa della vicenda, e lo ha fatto basandosi su un principio che, per quanto giuridicamente lineare, nella pratica assume i contorni di una vera e propria sconfessione delle indagini: per gli otto imputati, difetta l'elemento soggettivo del reato.

In altri termini, il giudice ha ritenuto che seppur la costruzione sia stata realizzata con un titolo edilizio illegittimo, nessuno degli indagati – né i costruttori Carlo e Stefano Rusconi, né i funzionari come Giovanni Oggioni o il progettista Gianni Maria Beretta – potesse essere consapevole di commettere un illecito, agendo al contrario in quella che è stata definita «buona fede».

A supporto di questa tesi, la nota del presidente del tribunale Fabio Roia ha evidenziato come l'interpretazione del concetto di ristrutturazione edilizia sia mutata solo negli ultimi anni, grazie a un orientamento più rigoroso della giurisprudenza penale e amministrativa, mentre all'epoca dei fatti la prassi consolidata del comune di Milano, avvallata dall'avvocatura comunale sin dal 2002 e sostenuta dalla giurisprudenza del Tar e del Consiglio di Stato, consentiva pacificamente interventi di tale portata con la sola Scia.

«Sistema Milano» e le reazioni dei protagonisti

Questa assoluzione, che rappresenta il primo verdetto di un lungo contenzioso giudiziario che include procedimenti ancora aperti e altri processi in corso come quelli su Bosconavigli e Park Towers, ha ovviamente scatenato reazioni contrastanti.

Da un lato, il mondo dei costruttori e degli imputati ha tirato un sospiro di sollievo: l'avvocato Federico Papa, legale della famiglia Rusconi, ha parlato di un peso enorme che si è finalmente dissolto, sottolineando come i suoi assistiti abbiano sempre agito seguendo le regole allora vigenti; parole simili sono state pronunciate dall'ex dirigente Oggioni, che ha ribadito la propria trasparenza e soddisfazione per l'esito.

Dall'altro lato, il sindaco Beppe Sala – che resta indagato in un altro filone d'indagine e che, per usare le sue stesse parole, da tempo aveva messo in dubbio le tesi della procura – ha attaccato senza mezzi termini l'operato dei magistrati, definendo l'azione giudiziaria come caratterizzata da «violenza verbale» e da un uso eccessivo di aggettivi tesi a screditare persone e istituzioni, più che da una nuda e cruda esposizione dei fatti.

Un verdetto che segna un cambio di rotta

Al di là della liberazione dei singoli, la sentenza assume quindi un valore che travalica il caso specifico, inserendosi come un tassello fondamentale nel più ampio dibattito sul cosiddetto «modello Milano» e sul confine tra sviluppo urbanistico e legalità; se da un lato la procura aveva ipotizzato l'esistenza di un sistema consolidato volto ad aggirare le norme statali per favorire la costruzione di grattacieli a scapito della collettività, la pronuncia del tribunale ha invece certificato che, fino a quando la legge non ha offerto chiavi di lettura più restrittive, quella prassi costituiva l'ordinario e legittimo modo di operare del comune, avallato anche da una giurisprudenza amministrativa che in passato non aveva mai sollevato eccezioni.

Resta ora da capire, e le motivazioni depositate tra novanta giorni lo chiariranno meglio, se questa interpretazione varrà come precedente per gli altri processi in corso; quel che è certo è che, per gli otto imputati e per chi, come l'imprenditore Rusconi, ha vissuto mesi di profonda angoscia temendo per il proprio futuro, la parola fine su questo capitolo suona come una piena riabilitazione, un verdetto che ha letteralmente cancellato l'accusa di aver sovvertito le regole della democrazia urbanistica.

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