Il ritorno di Lucescu: esce dall’ospedale e va in panchina per la sfida che vale il mondiale
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Redazione Sport
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Mircea Lucescu si è sfilato il pigiama d’ospedale, ha rimesso la giacca che conosce il peso delle notti di fuoco e ha ripreso il suo posto. Quello che gli compete da una vita: una panchina, con il campo davanti e una nazionale da trascinare. Il tragitto, questa volta, non era quello consueto verso lo stadio, bensì il percorso inverso che dal letto di un reparto conduce alla certificazione di una firma – uno svolazzo rapido, quasi volesse liberarsi in fretta del gesto burocratico – e poi dritto verso Istanbul. L’allenatore rumeno, ottant’anni compiuti lo scorso 29 luglio, ha lasciato l’ospedale dove era stato ricoverato ancora una volta e ha deciso di esserci. Nonostante una malattia di cui ha scelto di non rivelare la natura (“perché non fosse al centro dei discorsi”, ha spiegato), nonostante i tre ricoveri che si sono susseguiti dallo scorso dicembre.
La posta in palio è pesante: la Romania gioca il playoff per accedere ai Mondiali del 2026, quelli che si terranno tra Stati Uniti, Canada e Messico. L’ostacolo è la Turchia, la sfida si gioca in uno stadio – quello del Besiktas – che Lucescu conosce bene. Lo conosce per averlo attraversato da avversario, certo, ma anche da tecnico di due club rivali della città: prima il Galatasaray (dal 2000 al 2002) e poi proprio il Besiktas (dal 2002 al 2004). Un ambiente caldo, una partita secca, una vigilia che lui ha scelto di non delegare. “Non me ne andrò da codardo”, ha detto. E la frase, pronunciata in un’intervista al The Guardian, suona come una dichiarazione di metodo prima ancora che di intenti.
Una panchina presidiata tra ricoveri e silenzi sulla malattia
Da dicembre, Mircea Lucescu ha fatto i conti con tre accessi ospedalieri. Di questi, non ha mai voluto fornire dettagli clinici: ha tenuto il riserbo come un’arma, per evitare che il suo stato di salute diventasse il tema attorno a cui ruotano i discorsi della squadra. La sua carriera, del resto, è fatta di esperienze che hanno attraversato l’Europa dell’Est e l’Italia – dove ha lasciato tracce sulle panchine di Pisa, Brescia, Reggiana e Inter – e poi il lungo ciclo vincente allo Shakhtar Donetsk, prima di approdare alla guida della nazionale rumena. In questo momento, quella guida non è solo tecnica. È anche una presenza fisica, a volte messa in discussione dai problemi di salute, che lui però ha sempre ricomposto in tempo per tornare in campo.
La decisione di essere a Istanbul, in un playoff mondiale, arriva dopo un ragionamento che l’allenatore ha reso pubblico con poche parole. “Ho un dovere nei confronti del calcio romeno”. Il riferimento è a una qualificazione che manca da 28 anni – l’ultima partecipazione della Romania a un Mondiale risale al 1998 – e a un cammino che si è fatto più impervio proprio mentre lui affrontava la malattia. La scelta è stata quella di non separare le due cose: la panchina non è un’opzione, è il posto in cui ha sempre ricostruito la sua identità. E in cui, nonostante l’età e le difficoltà, ha deciso di rimanere.
La sfida di Istanbul e il nodo di un playoff senza margini
La Romania affronterà la Turchia in una semifinale secca. Chi passa troverà poi un’altra gara per volare al Mondiale nordamericano. Il contesto, per Lucescu, è quello di uno stadio che conosce come pochi: il Besiktas Arena, dove lui stesso ha allenato, ma anche luogo di rivalità storiche con il Galatasaray, che ha guidato all’inizio degli anni Duemila. L’ambiente turco, in questo caso, fa da sfondo a una partita che ha il sapore della resa dei conti per una generazione di giocatori rumeni cresciuti nell’idea di restituire il paese a una competizione mondiale dopo quasi tre decenni.
Lucescu non ha fatto mistero di credere nella qualificazione. La frase con cui ha riassunto il suo stato d’animo – “non sono un codardo” – ha il peso di chi rifiuta l’idea di abbandonare un gruppo nel momento in cui la posta si alza. I tre ricoveri, le settimane di assenza, la malattia tenuta fuori dal dibattito pubblico: tutto è stato ricondotto a una sola direttrice, quella di non lasciare la panchina scoperta. E la scelta di essere presente fisicamente a Istanbul, appena uscito dall’ospedale, diventa il gesto concreto di quella linea.
Un’eredità da tecnico che attraversa l’Europa e torna in nazionale
La carriera di Lucescu ha incrociato calciomercati, campionati e culture diverse. In Italia, dove è arrivato dopo esperienze in Romania e Turchia, ha lasciato una traccia riconoscibile: l’Inter, il Brescia, la Reggiana, il Pisa. Poi il lungo capitolo ucraino con lo Shakhtar Donetsk, dove ha costruito una delle squadre più solide dell’Europa dell’Est. E infine il ritorno in Turchia, con il Galatasaray prima e il Besiktas poi, prima di approdare alla guida della Romania in un momento in cui la nazionale cercava una ricostruzione.
Oggi, a ottant’anni, con il fisico messo alla prova dalla malattia, Lucescu continua a occupare quella posizione. Non ha mai rivelato la natura esatta dei problemi di salute che lo hanno costretto ai ricoveri, né ha voluto che si parlasse di prognosi o di tempi di recupero. La scelta del silenzio, in questo caso, è stata funzionale a proteggere il gruppo: la squadra doveva concentrarsi sul campo, non sulla stanza d’ospedale del proprio allenatore. E lui, dal canto suo, ha sempre fatto in modo che la notizia fosse solo quella del suo rientro.
Il tragitto che ha compiuto negli ultimi giorni – dall’ospedale alla firma di dimissioni, fino all’imbarco per Istanbul – è la sintesi di un atteggiamento che ha segnato la sua carriera. Lucescu non si è mai sottratto al momento in cui il gioco si fa duro. Neppure adesso, con una malattia che non ha voluto chiamare per nome, ma che ha affrontato con la stessa determinazione con cui ha sempre preparato le partite. La Romania lo aspetta in Turchia, in una sfida che vale il Mondiale. E lui, come ha detto, non si è presentato da codardo.




