Borse asiatiche in caduta libera dopo il discorso di Trump, e Seul sprofonda
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Redazione Economia
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La lunga ombra delle parole pronunciate dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è abbattuta ieri sui mercati finanziari dell’Asia e del Pacifico, spazzando via ogni ottimismo residuo e innescando una fuga generalizzata dagli asset considerati rischiosi. Le piazze azionarie, da Tokyo a Hong Kong, hanno registrato perdite consistenti, ma è stata soprattutto la Borsa di Seul a subire il contraccolpo più violento: l’indice generale ha ceduto ben il 4,5%, mentre il Kosdaq, che raccoglie i titoli a maggiore intensità tecnologica, è letteralmente sprofondato del 5,6%, un segnale inequivocabile della profonda avversione al rischio che ha contagiato gli investitori.
A Tokyo, la seduta si è chiusa con il Nikkei in forte ribasso, fermo a 52.449 punti, registrando una flessione del 2,40%. Un calo, questo, che riflette le incertezze politiche internazionali le quali, come un’ombra inquieta, continuano a proiettarsi sull’economia globale. Non è andata meglio a Hong Kong, dove l’indice Hang Seng ha perso l’1,4%, né ai listini cinesi, con Shanghai in calo dell’1,1% e Shenzhen del 2%. Persino Sydney e Mumbai hanno chiuso in territorio negativo, completando un quadro di generale debolezza che ha interessato l’intera regione.
Il peso delle parole di Trump e la guerra in Iran
Ciò che ha funestato le contrattazioni, spingendo i venditori a prendere il sopravvento, è stato il discorso alla nazione tenuto dal presidente Trump, un intervento – durato appena una ventina di minuti – che molti speravano potesse offrire una chiara via d’uscita dal conflitto in Medio Oriente. E invece, al posto di una roadmap per la pace, Trump ha annunciato un’intensificazione delle operazioni militari contro l’Iran, dichiarando che gli Stati Uniti sono "sulla buona strada per completare tutti gli obiettivi militari", ma che ciò richiederà ancora "due o tre settimane" di duri attacchi. Una prospettiva, quest’ultima, che ha gelato il sangue degli operatori, i quali temono una crisi prolungata invece di una rapida risoluzione.
Il petrolio vola e lo Stretto di Hormuz resta un'incognita
La reazione sui mercati delle materie prime non si è fatta attendere, anzi, è stata immediata e brutale: il prezzo del petrolio, che già scontava le tensioni, è letteralmente schizzato verso l’alto. Il Brent è balzato oltre i 105 dollari al barile, mentre il Wti ha toccato quota 106 dollari, con rincari che in alcuni casi hanno sfiorato il 7%. A spaventare non è solo la guerra in sé, ma la minaccia, sempre incombente, legata allo Stretto di Hormuz – un vero e proprio collo di bottiglia per il greggio mondiale – la cui chiusura da parte dell’Iran rischia di strozzare le forniture energetiche globali.
Listini nel rosso tra attesa e paura di una escalation
La seduzione dei facili guadagni è stata così completamente sopraffatta dal timore di una escalation che nessuno, fino a poche settimane fa, aveva messo in conto. Se a Seul il tonfo del Kosdaq (-5,6%) racconta il terrore degli investitori per un eventuale blocco delle catene di approvvigionamento tecnologico, a Tokyo l’allargamento del differenziale tra il Nikkei e il più ampio indice Topix (quest’ultimo sceso solo dell’1,70%) suggerisce che le perdite si sono concentrate sui titoli più ciclici ed esposti al commercio internazionale. Ogni qualvolta la retorica presidenziale si fa più dura, i mercati asiatici, che dipendono pesantemente dalla stabilità delle rotte marittime e dal costo dell’energia, sono i primi a pagarne il prezzo.




