L’epatite A in Calabria, 22 ricoveri a Corigliano-Rossano e il monitoraggio dell’Asp: “Nessuna nuova emergenza”

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il bilancio, per ora, si ferma a ventidue ricoveri. Da giorni, spiegano i vertici dell’Asp di Cosenza, non si registrano nuovi ingressi ospedalieri riconducibili al focolaio di epatite A che ha messo sotto pressione il territorio di Corigliano-Rossano, costringendo i servizi sanitari a una riorganizzazione serrata delle attività di sorveglianza. A confermare il quadro, nel corso di un aggiornamento sullo stato dei fatti, è stato il direttore sanitario Martino Rizzo: la situazione – ha spiegato – resta sotto costante osservazione, ma i numeri attuali non configurano quella tensione che spesso accompagna le fasi iniziali di un’emergenza infettivologica. Un’indicazione, questa, che serve a orientare la lettura di un fenomeno la cui traiettora, negli ultimi mesi, ha assunto contorni più ampi sul piano nazionale.

Un’infezione tornata a circolare, l’aumento dei casi tra Campania, Puglia e Lazio

Quella che per molti versi appariva come una patologia archiviata, relegata tra le pagine delle emergenze igienico-sanitarie del passato, sta invece mostrando una capacità di circolazione che ha colto di sorpresa gli stessi addetti ai lavori. Nei primi mesi del 2026 il virus dell’epatite A ha fatto registrare un’impennata significativa, con una distribuzione geografica che ha interessato in modo particolare tre regioni: Campania, Puglia e Lazio. Il picco più alto, rilevato nel mese di marzo, ha riportato l’attenzione sulle dinamiche di trasmissione, spesso legate a pratiche di consumo alimentare non sufficientemente controllate. Non si tratta di un’emergenza nazionale – chiariscono gli esperti – ma di un segnale epidemiologico preciso, che impone un livello di attenzione costante senza cedere alla logica dell’allarmismo.

Oltre i molluschi, il ruolo di frutti di bosco e verdure nella trasmissione

Quando si parla di epatite A il pensiero corre immediatamente alle cozze e, più in generale, ai molluschi bivalvi. Eppure, il ventaglio degli alimenti potenzialmente a rischio è più ampio di quanto si tenda a credere. Frutti di bosco surgelati, verdure crude non adeguatamente lavate, persino insalate pronte al consumo: tutti questi prodotti possono diventare veicoli del virus se la filiera produttiva non garantisce standard igienici rigorosi o se si verifica una contaminazione crociata nelle fasi di preparazione. L’attenzione, in queste settimane, si è concentrata anche su questi aspetti, perché è proprio attraverso il consumo di cibi non cotti o trattati in modo inadeguato che il virus trova la sua via più frequente di contagio. Secondo gli ultimi dati elaborati dall’Istituto Superiore di Sanità, tra il 2024 e il 2025 si era già registrato un aumento del 42 per cento dei casi a livello nazionale, con 631 segnalazioni complessive. Nei primi mesi dell’anno in corso l’incremento è proseguito, tanto che nel solo mese di marzo sono stati notificati 160 nuovi episodi.

La sorveglianza sulle cozze e il sistema delle retine blu e verdi in Campania

Il legame tra il consumo di molluschi contaminati e l’insorgenza di focolai di epatite A è un capitolo su cui, in regioni come la Campania e il Lazio, si concentra da tempo l’attenzione delle autorità sanitarie. Proprio in queste aree, dove il consumo di frutti di mare è particolarmente radicato anche in occasioni festive come la vigilia pasquale, si è reso necessario implementare sistemi di controllo più stringenti. Tra questi, le cosiddette “retine blu e verdi” rappresentano uno strumento operativo: si tratta di dispositivi utilizzati per il monitoraggio delle aree di allevamento dei mitili, con l’obiettivo di identificare tempestivamente eventuali criticità legate alla qualità delle acque. Un sistema che, seppur non risolutivo in termini assoluti, costituisce una barriera importante per ridurre il rischio di immettere sul mercato prodotto non conforme. La persistenza di nuovi casi, tuttavia, continua a sollevare interrogativi sulla capacità di tenuta di questi presidi e sulla necessità di rafforzare ulteriormente le attività di vigilanza lungo l’intera filiera.

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