La figlia di Galeazzi e quelle domeniche da giullare, tra l’affetto del pubblico e l’invidia dei colleghi
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Redazione Sport
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A distanza di oltre quattro anni dalla scomparsa di Gian Piero Galeazzi, avvenuta il 12 novembre del 2021, la sua figura di giornalista e di uomo continua a essere rievocata attraverso la lente, necessariamente affettuosa ma non per questo meno lucida, del ricordo familiare. È Susanna Galeazzi, figlia del popolare telecronista e oggi conduttrice del Tg5, a riaprire l’album dei ricordi paterni in una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, dipingendo un ritratto a tutto tondo di un professionista che ha fatto la storia della televisione italiana, capace di passare con disinvoltura dalla telecronaca remata dei fratelli Abbagnale alle performance sopra le righe nel salotto del daytime domenicale di Raiuno. Un uomo, emerge dalle sue parole, che viveva di contrasti, amatissimo dal grande pubblico ma non sempre compreso nell’ambiente professionale che frequentava, un ambiente che sua figlia non esita a definire segnato da invidie e rivalità.
Il racconto di una carriera tra lo sport e il varietà
La carriera di Galeazzi, raccontata dalla figlia, appare come un percorso atipico per un giornalista sportivo. Se da un lato c’era la competenza e la passione per il canottaggio, sua prima disciplina, dall’altro c’era la sua esuberanza naturale, quel fisico imponente e quella gestualità ampia che lo rendevano perfetto per il mezzo televisivo. Ed è proprio questa doppia anima, a sentire Susanna Galeazzi, a creargli dei problemi con alcuni colleghi e dirigenti. In particolare, il passaggio a ruoli più leggeri all’interno di "Domenica In" non venne digerito da tutti, specialmente nell’ambiente di "90° Minuto". La figlia ricorda come il direttore Marino Bartoletti non apprezzasse quelle incursioni da giullare, quelle esibizioni in cui Gian Piero, forse anche per recuperare il tempo di una giovinezza spesa tra studio e allenamenti, si lanciava in balletti e travestimenti che a casa facevano storcere il naso ai figli. Loro, racconta Susanna, gli chiedevano di smetterla, ma lui era convinto che per entrare in sintonia con la gente dovesse mostrarsi per quello che era, senza filtri. Un atteggiamento, questo, che gli valse l’affetto del pubblico ma che, secondo la testimonianza, gli alienò le simpatie di alcuni piani alti di viale Mazzini.
L’amarezza per il silenzio di Mara Venier e i rapporti in Rai
Uno dei passaggi più toccanti dell’intervista riguarda proprio il rapporto con i colleghi e, in particolare, con Mara Venier. Susanna Galeazzi non usa giri di parole nel descrivere la delusione per il comportamento della conduttrice dopo la morte del padre. Pur riconoscendo che negli anni del sodalizio lavorativo a "Domenica In" ci fosse stima e affetto, la figlia del giornalista sottolinea come quel sentimento non si sia tradotto in un gesto concreto al momento del lutto. Non una telefonata, non un messaggio alla famiglia, un’assenza che stride, nelle sue parole, con le lacrime mostrate in televisione. Un silenzio che si aggiunge a un clima di lavoro non sempre sereno, che la figlia descrive come un ambiente dominato da ambizione e invidia, dove a volte il padre tornava da un servizio e non ritrovava più la sua scrivania. Fanno eccezione, nel ricordo, pochi nomi, come quelli di Mario Giobbe ed Enrico Tonali, che gli rimasero accanto.
La sindrome del numero 12 e gli aneddoti di una vita fuori scala
La vita di Galeazzi, nel racconto della figlia, sembra essere stata segnata da un singolare destino legato al numero 12. Quello stesso numero, il 12, che aveva scandito le tappe fondamentali della sua esistenza – il matrimonio, la laurea, la nascita del figlio – è anche la data della sua morte, avvenuta il 12 novembre alle 12. Un’ossessione numerica che sembra racchiudere il destino di un uomo la cui vita è stata sempre fuori scala, a partire dalla stazza. Susanna Galeazzi ricorda i tentativi della famiglia di arginare l’appetito del padre, soprattutto dopo i 45 anni, quando il peso toccò i 160 chili. Con ironia, racconta di un maialino giocattolo comprato per dissuaderlo dall’aprire il frigorifero di notte, un espediente che si rivelò inutile. La sua fame era leggendaria, come quella mattina al Foro Italico in cui riuscì a consumare dodici cornetti o le volte in cui si faceva ore di macchina per andare a mangiare un piatto particolare, fossero le polpettine di Claudia Cardinale a Parigi o il risotto al Castelmagno.
L’amicizia con i campioni e l’ultimo saluto a Diego
Oltre agli eccessi a tavola e alle difficoltà professionali, emerge il ritratto di un uomo che sapeva farsi volere bene e che frequentava i grandi del suo tempo con una naturalezza che lasciava la figlia bambina a bocca aperta. Susanna rievoca le vacanze a Ponza con Gigi Proietti e gli incontri con Vittorio Gassman, assorto a guardare il tramonto, e la colazione a Ischia quando, da bambina, vide sedersi al loro tavolo un omone che poi scoprì essere Michel Platini. Ma il legame più forte, racconta, era forse quello con Diego Armando Maradona. Un’amicizia vera, fatta di cene e notti insieme a Napoli, che culminò in una delle pagine più celebri del giornalismo sportivo italiano: la domenica dello scudetto del 1987, quando Galeazzi, amico del custode, riuscì a entrare negli spogliatoi e a chiudersi dentro, passando il microfono a Maradona che improvvisò le interviste ai compagni di squadra.




