Gaza, Trump annuncia l’accordo per il disarmo di Hamas. Ma il fronte iraniano resta in stallo tra raid e divisioni interne
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato quella che ha definito un’intesa storica per il disarmo completo di Hamas e degli altri gruppi armati nella Striscia di Gaza, aprendo la strada al ritiro graduale delle forze israeliane e all’instaurazione di un nuovo governo palestinese.
L’annuncio, diffuso attraverso il suo social Truth, è stato immediatamente commentato come un passo monumentale verso una pace duratura, sebbene le dichiarazioni dei vertici del movimento palestinese lascino intendere che il percorso sia ancora irto di condizioni e reciproche diffidenze, a cominciare dal nodo delle tempistiche e dall’ordine con cui le parti adempiranno ai propri impegni.
L’intesa sulla “fase 2” e le condizioni di Hamas
Secondo quanto riferito da funzionari del Board of Peace, l’organismo creato dall’amministrazione Trump per attuare il piano in venti punti per l’enclave, il via libera di Hamas alla tabella di marcia sul disarmo ha aperto una finestra di quattordici giorni, durante la quale le parti dovranno definire nel dettaglio le scadenze per ogni singola fase del processo.
Un alto funzionario del movimento ha confermato all’Afp che è stato raggiunto un accordo con Israele per la seconda fase della tregua, e che il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza gestirà l’inventario e lo stoccaggio delle armi secondo il calendario concordato, diventando l’unica entità autorizzata a possederle o controllarle.
Tuttavia, Ghazi Hamad, membro della delegazione negoziale di Hamas, ha voluto chiarire ad Al Jazeera che il movimento non intraprenderà alcuna azione concreta sul disarmo se le forze israeliane non rispetteranno prima gli obblighi previsti dall’intesa, a partire dal ritiro dalla Striscia e dall’avvio della ricostruzione.
Le divisioni interne all’amministrazione sulla strategia iraniana
Mentre a Gaza si cerca di consolidare un fragile processo politico, il fronte iraniano resta al centro di divisioni strategiche profonde all’interno dell’amministrazione statunitense. A cinque mesi dall’inizio del conflitto, gli obiettivi iniziali, che comprendevano la neutralizzazione del programma nucleare di Teheran e il suo sistema politico, appaiono tutt’altro che raggiunti.
Lo dimostra il fatto che il presidente Trump deve ancora scegliere tra due linee d’azione contrapposte, presentategli dai suoi vertici militari: da un lato, il piano elaborato dall’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom, che prospetta una campagna di bombardamenti aerei della durata di dieci-quattordici giorni per ridurre in maniera significativa le capacità missilistiche iraniane e spezzare lo stallo; dall’altro, l’approccio più cauto del capo di stato maggiore delle forze armate, generale Dan Caine, preoccupato per l’impatto che un’escalation prolungata avrebbe
Sulle già ridotte scorte di intercettori e missili difensivi, necessari non solo per il Medio Oriente ma anche per far fronte a potenziali minacce globali.
Il peso di Teheran e il rischio di un’escalation incontrollata
In questo quadro di incertezza, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha fatto sapere che Teheran ha preparato un piano di risposta completo alla possibile follia americana, mentre secondo quanto riferito da un funzionario statunitense ad Axios, il presidente starebbe seriamente considerando di lanciare attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane nei prossimi giorni, senza però aver ancora dato ordini finali in tal senso.
La complessità della situazione è aggravata dal fatto che l’incontro alla Casa Bianca tra Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, pur definito eccellente da quest’ultimo, ha confermato le difficoltà di Washington nel definire una strategia chiara, tanto che fonti citate da Nbc descrivono un presidente esasperato e frustrato dalle divisioni dei suoi consiglieri e dalla mancanza di una reale strategia condivisa su come uscire dal conflitto con l’Iran.
Un accordo a Gaza tra speranze e incognite
Parallelamente, il processo per Gaza si profila come una sfida complessa, con tempistiche che secondo i funzionari del Board of Peace potrebbero richiedere da duecento a trecentocinquanta giorni per il completamento del disarmo.
L’intesa prevede che, una volta che Hamas inizierà a consegnare le armi, Israele si ritirerà fino alla Linea Gialla originaria, mantenendo il controllo su circa il cinquantatré per cento del territorio, mentre una Forza Internazionale di Stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese per garantire la sicurezza.
Restano però numerose le incognite, a partire dalla composizione di questo nuovo governo palestinese e dalla reale volontà di tutte le fazioni coinvolte di rispettare un accordo che, come sottolineato da alcuni analisti, potrebbe rivelarsi più fragile di quanto annunciato, specie alla luce delle dichiarazioni di Hamas che subordinano il disarmo al ritiro completo di Israele e alla ricostruzione.
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