L’ira di Pechino per il “buy european”: “Sull’Industrial Accelerator Act contromisure se l’Ue non ci ascolta”
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Redazione Esteri
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Non si placa la tensione commerciale tra l’Unione europea e la Cina, con il secondo polo economico mondiale che ha deciso di alzare il tiro in modo netto contro la nuova strategia industriale di Bruxelles. Al centro della disputa, destinata a segnare le relazioni bilaterali nei prossimi mesi, c’è l’Industrial Accelerator Act (Iaa) – la proposta legislativa presentata dalla Commissione europea come pilastro della sovranità economica del blocco – che, secondo quanto trapela dagli ambienti diplomatici, sarebbe stata giudicata dal governo cinese come una misura “discriminatoria” e potenzialmente lesiva degli interessi dei propri investitori. Pechino, in particolare, contesta l’impianto normativo che subordina l’accesso a incentivi e appalti pubblici (riservati ai veicoli a zero emissioni e ai sistemi fotovoltaici, solo per citare due esempi) al rispetto di rigorose clausole di contenuto europeo, una mossa che di fatto avvantaggerebbe la produzione interna a scapito delle aziende del Dragone ormai stabilmente insediate nel Vecchio Continente.
Quattro settori nel mirino e il no alla “discriminazione sistemica”
Nel dettaglio, la protesta formale del Ministero del Commercio cinese – già anticipata da alcuni media tedeschi e formalizzata in una lettera inviata a Bruxelles lo scorso 24 aprile – individua quattro segmenti strategici che rischierebbero di subire un contraccolpo pesantissimo qualora l’Iaa venisse approvato senza modifiche da parte dei colegislatori europei. Stiamo parlando del comparto delle batterie, di quello dei veicoli elettrici, dei sistemi fotovoltaici e delle cosiddette materie prime critiche, settori nei quali la presenza industriale cinese, spesso sostenuta da massicci investimenti diretti, è diventata ormai strutturale. Secondo la ricostruzione fornita dagli organi di stampa ufficiali, il governo di Pechino considera questo approccio una violazione dei principi fondamentali del commercio internazionale (dalla nazione più favorita al trattamento nazionale sancito dagli accordi Wto), arrivando a definire l’impianto normativo una forma di “discriminazione sistemica” proprio per l’effetto escludente che produrrebbe nei confronti delle aziende cinesi, le quali si vedrebbero costrette a trasferire know-how o costituire joint venture forzate per restare competitive.
La deadline del 24 aprile e la minaccia delle contromisure
La mossa odierna di Pechino, arrivata a distanza di qualche giorno dalle rimostranze ufficiali, non è però una semplice dichiarazione di principio. Il ministero del Commercio, che già aveva espresso una “forte preoccupazione” in sede tecnica, ha rivelato di aver presentato le proprie osservazioni alla Commissione proprio lo scorso 24 aprile, cercando di influenzare l’iter legislativo ancora in corso. Tuttavia, il tono del comunicato odierno – datato lunedì 27 aprile – lascia intendere che il dialogo richiesto potrebbe trasformarsi rapidamente in uno scontro frontale: l’esecutivo cinese ha infatti annunciato che “se l’Ue ignorerà i suggerimenti della Cina e insisterà nell’adottare questo testo, danneggiando così gli interessi delle aziende cinesi, la Cina non avrà altra scelta che adottare delle contromisure”. Una dichiarazione che, sebbene non specifichi la natura di eventuali dazi o blocchi, introduce un elemento di forte instabilità per quelle filiere – automobilistica in primis – che hanno delocalizzato parte della produzione proprio per intercettare le sovvenzioni europee alla transizione verde.
Rischio braccio di ferro sugli investimenti verdi
Ad alimentare il fuoco delle polemiche, oltre alla questione degli incentivi per le auto “made in Ue”, vi è la percezione cinese di un’offensiva protezionistica a tutto tondo. Stando a quanto riportato dal quotidiano Handelsblatt e confermato da fonti diplomatiche, il governo cinese avrebbe già avvertito Bruxelles che l’approvazione dell’Industrial Accelerator Act senza una marcia indietro significativa rischierebbe di compromettere non solo gli scambi commerciali (già messi alla prova dai recenti dazi sui veicoli elettrici cinesi), ma anche la cooperazione in materia di innovazione tecnologica. Se l’Europa, quindi, cerca di riappropriarsi della propria sovranità industriale per contrastare ciò che considera concorrenza sleale (e arginare la fuga di posti di lavoro nel manifatturiero energetico), Pechino risponde minacciando di colpire proprio quei settori green su cui l’Ue ha costruito la sua strategia di decarbonizzazione, rendendo di fatto l’Iaa un’arma a doppio taglio per l’economia comunitaria.




