Polonara si ritira: «Dopo la leucemia, il Corpo non rispondeva. Non riuscivo a palleggiare con la destra»
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Redazione Sport
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Achille Polonara ha atteso meno di ventiquattr’ore – il tempo necessario per far sedimentare una notizia che, a suo modo, ha scosso il mondo della pallacanestro italiana – prima di sedersi davanti a una telecamera di Sky Sport e raccontare, con una lucidità quasi disarmante, il perché di quel passo indietro. Lui che per anni ha solcato i parquet di Serie A ed Europa con l’energia di chi sembrava non conoscere limiti fisici, ha invece ammesso il limite più duro da accettare: quello imposto da un corpo che, dopo la leucemia, non rispondeva più come avrebbe dovuto. «Avevo iniziato ad allenarmi a gennaio da un punto di vista fisico – ha spiegato – poi ho preso la palla in mano e ho capito che non sarei tornato quello di prima».
La mano destra che non obbediva
Il dettaglio tecnico, in questo caso, diventa spia di un dramma più profondo. Polonara, che del mestiere ha fatto una ragione di vita, ha confessato un’incapacità che per un professionista suona come una sentenza: «Con la destra non riuscivo a palleggiare». Una frase, secca, che pesa più di qualsiasi statistica. Perché in Serie A, come ha rimarcato lui stesso, «devi saper usare entrambe le mani». Non si tratta di un vezzo da perfezionisti, ma di una condizione sine qua non per reggere il confronto con atleti che di quella fluidità bilaterale hanno fatto un’arma quotidiana. Il non rispondeva, ecco il punto. E allora l’ostinazione – quella stessa che lo aveva portato a superare la malattia – rischiava di trasformarsi in una trappola. «Sentivo dentro di me la pressione di tornare quel cestista che ero prima che la leucemia mi fermasse. Ostinarsi a lavorare per qualcosa che non arrivava, e che avevo l’impressione non sarebbe mai arrivato, mi ha convinto a fermarmi».
Una scelta che ha spiazzato anche chi gli sta accanto
Non sono stati solo i tifosi o gli addetti ai lavori a restare sorpresi dalla decisione, comunicata prima con una lettera social e poi approfondita in televisione. Polonara ha rivelato un particolare intimo, quasi domestico, che restituisce la portata umana della rinuncia: «Con il post ho spiazzato anche mia moglie». Ecco, questa frase incidentale – gettata lì a metà del racconto – apre uno squarcio sulla quotidianità di chi, per anni, ha convissuto con l’identità di atleta. L’annuncio social è stato quindi un gesto solitario, sofferto, ma anche chiaro. Nessun tentennamento pubblico, nessuna consulenza mediatica: ha scritto e ha pubblicato. Poi, a mente più fredda, ha accettato di spiegarsi.
Salute, pressione e il “peso” della memoria
L’ex ala della Nazionale – che nelle Marche, da Ancona alla Stamura fino all’Europa, aveva costruito il mito del “PolonAir” – ha parlato esplicitamente di un rischio concreto: mettere a repentaglio la propria salute. «Nonostante il mio impegno, il non rispondeva come mi aspettavo. Avevo l’impressione che quello che cercavo non sarebbe mai arrivato». Una consapevolezza maturata sul campo, ad Avellino, società che ha pubblicamente ringraziato per l’opportunità di riavvicinarsi al basket. Lì, tenendo la palla in mano un mesetto fa, ha avuto la rivelazione definitiva. Eppure, la sua non è una ritirata rancorosa. Anzi, c’è quasi un sollievo, una leggerezza ritrovata: «Adesso mi sento molto più leggero. È giusto che la gente ricordi il giocatore che ero prima della leucemia». Una frase che è anche un lascito, una consegna al pubblico. Perché Polonara sa bene che il suo esempio, per usare le parole di chi lo ha seguito dalle tribune, «è stato il canestro più bello».




