Rafel Pol, il vice di Luis Enrique in lacrime durante la finale: il ricordo della moglie scomparsa

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Redazione Sport Redazione Sport   -   A volte il tempo si dilata, e un attimo può contenere un’intera esistenza. Per Rafel Pol, quel momento è arrivato all’88’ di Psg-Inter, quando la Champions League era ormai conquistata e la Munich Arena esultava per il trionfo dei parigini. Mentre i giocatori abbracciavano la vittoria, le telecamere hanno catturato l’immagine più commovente della serata: il volto rigato di lacrime dello storico assistente di Luis Enrique, piegato da un dolore che nessun trofeo può lenire. Sei mesi fa, a novembre, Pol ha perso la moglie, e in quel gesto solitario – in piedi, davanti alla panchina, con lo sguardo perso nel campo – c’era tutto il peso di un lutto che il tempo non ha ancora attenuato.

Quelle lacrime, però, non hanno offuscato la grandezza di una squadra che ha scritto una pagina indimenticabile del calcio europeo. Il 5-0 rifilato all’Inter non è stato un semplice risultato, ma un manifesto tattico e umano. Luis Enrique, spesso sottovalutato nonostante il palmarès, ha dimostrato ancora una volta di appartenere all’élite degli allenatori. Come scrive El País, il suo calcio è «un inno al coraggio», erede diretto della scuola di Cruyff e dell’Ajax, dove il possesso palla non è fine a se stesso ma strumento per dominare e stupire. Quella del tecnico spagnolo è una filosofia che affonda le radici anche nel dolore personale: la morte della figlia Xana, nel 2019, ha segnato la sua vita, trasformando la sua visione del gioco – e forse della stessa esistenza – in qualcosa di più profondo di una semplice strategia.

Pol, che lo affianca dal 2011, quando insieme guidavano la Roma, ne è stato sempre il braccio destro discreto, l’uomo che traduce in dettagli concreti quelle intuizioni. Sabato sera, mentre il Psg alzava la coppa, il suo pianto ha ricordato a tutti che dietro i trionfi ci sono storie di sacrifici, perdite e rinascite. La finale, del resto, era anche il coronamento di un percorso iniziato nell’ombra, lontano dai riflettori accesi sul derby di Milano tra Inter e Barça, giocato pochi giorni prima e subito elevato a epopea. In pochi, allora, avevano notato la macchina perfetta che Luis Enrique stava costruendo a Parigi. Fino a quando l’Inter, travolta senza appello, non ne ha subito la potenza.

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