Rapina e sequestro a Milano: la baby gang e la richiesta di riscatto al padre
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Redazione Interno
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La telefonata che nessun genitore vorrebbe mai ricevere è arrivata domenica sera, mentre suo figlio, un quindicenne milanese, era in balia di un gruppo di coetanei. "Se non versi 100 euro uccido tuo figlio". Queste le parole, laceranti e dirette, pronunciate da uno degli aggressori dopo aver sottratto il telefono alla vittima. L’episodio, che trasuda una violenza premeditata e spietata, si è consumato nel centro di Milano, in zona Porta Venezia, dove il giovane si trovava con degli amici per un aperitivo. Secondo quanto ricostruito, il ragazzo è stato avvicinato senza motivo, spintonato con forza e privato del giubbotto; poi, gli è stata strappata la cintura dai pantaloni, strumento immediatamente trasformato in una minaccia fisica. Una dinamica che evidenzia, al di là della ferocia gratuita, un metodo operativo brutale e finalizzato all’intimidazione più profonda, quella che scava nel terrore di una famiglia intera.
La dinamica dei fatti e la richiesta di riscatto
Il racconto del quindicenne, come emerso dalle prime dichiarazioni, dipinge un agguato rapido e scioccante. “Venivo immediatamente e senza alcun motivo spintonato da un ragazzo che mi toglieva il giubbotto con violenza e mi sfilava la cintura usandola per minacciarmi”. Prima di quel momento, non aveva mai incrociato i volti dei suoi aguzzini, un dettaglio che aggiunge inquietudine alla vicenda, sottolineando come l’obiettivo fosse casuale, reso vulnerabile dalla situazione e dal numero degli assalitori. La sequenza è poi precipitata con la chiamata al padre, il culmine di una strategia volta a estorcere denaro sfruttando il panico più viscerale. Un tentativo, per fortuna, rimasto tale, poiché le forze dell’ordine, già allertate, sono riuscite a intervenire prima che il denaro potesse essere materialmente trasferito, bloccando i giovani coinvolti in tempi brevi.
L’amarezza della famiglia e il silenzio dei passanti
Oltre alla rabbia per gli aggressori, definiti dalla madre del giovane “il refuso di un’onda”, a pesare sulla famiglia è il comportamento di chi, presente sulla scena, non è intervenuto. “Mio figlio ci chiede di continuo: ma la gente come sta? Perché se ne sono sbattuti?”, ha dichiarato la donna, evidenziando uno smarrimento che va oltre la violenza subita. Un sentimento di abbandono amplificato dalla durata dell’aggressione, che si è protratta per circa venti minuti, durante i quali le richieste d’aiuto sono cadute nel vuoto. Una circostanza che la madre ha commentato amaramente, notando come spesso ci si limiti a invocare sicurezza a parole, mentre nei fatti, di fronte all’emergenza concreta, si volga lo sguardo dall’altra parte, lasciando un adolescente solo nella sua paura.
L’identità della baby gang e le accuse
Il gruppo, subito dopo i fatti, è stato identificato e fermato dalle forze dell’ordine. Quattro giovani, tutti con precedenti penali e provenienti dalla provincia di Bergamo, sono finiti in manette. Tra di loro, un ventenne tunisino è stato condotto nel carcere di San Vittore, mentre gli altri tre – un sedicenne e una quindicenne di origini marocchine, e un diciassettenne siriano – sono stati collocati nel Centro di prima accoglienza minorile Beccaria. Le accuse mosse loro sono gravissime: sequestro di persona, rapina, tentata estorsione e resistenza a pubblico ufficiale. Quest’ultima imputazione deriva dal comportamento tenuto al momento dell’arresto, in particolare da parte della ragazza minorenne, che ha lanciato una bottiglia contro un militare, lo ha preso a calci e lo ha minacciato brandendo un pezzo di vetro, gesti che delineano un’escalation di violenza che non si è placata neppure di fronte all’intervento delle autorità.




