Fano, il Corpo senza vita nel pozzo dell’eremo: indagini per unire i fili tra la profanazione e quel piede tranciato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il corpo senza vita di un uomo, recuperato dai vigili del fuoco con l’ausilio dei sommozzatori nel pomeriggio, giaceva sul fondo di un pozzo asciutto profondo una trentina di metri, e la scoperta, avvenuta nella zona dell’Eremo di Monte Giove, ha immediatamente messo in moto la macchina investigativa su due binari paralleli ma destinati quasi certamente a convergere. Le forze dell’ordine, carabinieri del Radiomobile e agenti di polizia scientifica, stanno lavorando per sovrapporre l’identità del malvivente che nei giorni scorsi ha profanato l’altare della chiesa, cospargendo il pavimento di sangue umano e asportando le reliquie di San Valerio, al profilo dell’uomo trovato senza vita, un individuo di circa trent’anni, di origine ucraina, che potrebbe essersi allontanato da una struttura sanitaria del territorio prima di compiere quel gesto sacrilego. Il quadro che emerge, frammentario ma sempre più definito, delinea una sequenza di eventi drammatici e inaspettatamente interconnessi.

Un recupero complesso e un dettaglio inquietante: il piede mancante

Le operazioni di recupero, coordinate dai carabinieri e durate diverse ore, hanno richiesto l’intervento dei vigili del fuoco giunti con mezzi speciali e personale subacqueo, necessario non per via dell’acqua — il pozzo era completamente asciutto — ma per garantire la sicurezza in uno spazio angusto e profondo. È stato durante le fasi del recupero, quando i soccorritori hanno iniziato a issare il, che gli inquirenti hanno dovuto prendere atto di un primo, macabro particolare: il cadavere presenta un piede tranciato, e di quella parte del corpo, al momento, non è stata trovata traccia. Un dettaglio che, se da un lato potrebbe suggerire una dinamica accidentale legata a una caduta violenta, dall’altro impone agli investigatori la massima cautela, in attesa che l’autopsia, già disposta e affidata al medico legale, possa chiarire non solo le cause esatte del decesso, ma anche se quel trauma sia antecedente o conseguente alla precipitazione. I rilievi della scientifica si stanno concentrando sull’area circostante il complesso monastico, nella speranza di recuperare elementi utili a ricostruire gli ultimi istanti di vita dell’uomo.

Il filo rosso che lega il sangue sul pavimento alla scomparsa

L’ipotesi che il morto sia lo stesso autore della profanazione dello scorso fine settimana, un atto che aveva gettato nello sconcerto i monaci camaldolesi, prende da alcune coincidenze investigative che gli inquirenti stanno verificando con la massima attenzione. La prima, e forse la più significativa, è legata al sangue umano rinvenuto in quantità sul pavimento della chiesa: non si trattava di ferite accidentali, ma di liquido ematico portato all’interno del luogo sacro, presumibilmente in una sacca, e poi sparso con violenza sull’altare del Sacramento. Le analisi di laboratorio su quei campioni, secondo quanto si apprende, avrebbero trovato una corrispondenza proprio con il profilo genetico dell’uomo scomparso, un particolare che avrebbe indirizzato le ricerche, iniziate dopo la denuncia di allontanamento dalla struttura sanitaria, proprio nella zona dell’eremo. Un secondo elemento, che aggiunge ulteriore spessore all’indagine, riguarda il ritrovamento, all’interno della chiesa devastata, di uno zaino abbandonato: conteneva effetti personali, un’icona ortodossa e un messale scritto in cirillico, dettagli che avevano subito fatto propendere gli investigatori per un profilo psicologicamente fragile e probabilmente di origine ucraina, in linea con le caratteristiche del giovane che i monaci avevano rifiutato di ospitare il giorno prima della profanazione.

Un luogo sacro violato e il silenzio delle telecamere

La dinamica della profanazione, avvenuta presumibilmente nell’orario di chiusura tra il mattino e il primo pomeriggio di sabato scorso, parla di una furia cieca e, al contempo, di una lucidità disturbata: l’altare è stato devastato, la grata in ferro battuto che proteggeva le reliquie è stata infranta, e i resti ossei, conservati per secoli in un’urna di legno posta all’interno di un sarcofago marmoreo, sono stati sparsi a terra insieme a quel sangue. Un gesto che i monaci, ancora scossi, hanno raccontato con parole di sgomento, sottolineando la violenza inaudita con cui è stato ridotto il pavimento. Un paradosso, agli occhi degli investigatori, è rappresentato dalla presenza di un sistema di videosorveglianza all’interno del complesso: alcune telecamere sono installate, ma non registrano le immagini, limitandosi alla sola visione in diretta, un elemento che ha reso ancora più complesso il lavoro di identificazione del responsabile e che ora, alla luce del ritrovamento, spinge a chiedersi se quella mancata registrazione non abbia giocato un ruolo nella scelta del luogo da parte del profanatore. Le indagini dei carabinieri, coordinate dalla procura di Pesaro, si concentrano ora sulla sovrapposizione delle tracce, sul tentativo di recuperare il piede mancante e su una ricostruzione minuziosa degli ultimi spostamenti del giovane, il cui giace ora a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa che l’autopsia sveli il mistero di quella morte solitaria, in fondo a un pozzo, a pochi passi dal luogo che aveva appena finito di mettere a soqquadro.

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