Hormuz di nuovo bloccato, l’Europa si interroga sul futuro energetico tra resilienza e timori di recessione
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Redazione Economia
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L’Unione europea, di fronte all’ennesima chiusura de facto dello Stretto di Hormuz conseguente ai recenti attacchi americani in Iran, sceglie una linea prudente ma non nasconde le crepe che si stanno aprendo nel suo fronte interno. Durante l’ultima riunione dell’Eurogruppo, convocata per fare il punto sulle ricadute economiche dell’escalation, i ministri delle Finanze dell’area euro hanno ascoltato le valutazioni della Commissione, secondo cui l’impatto immediato sulle forniture di greggio e gas resta gestibile, almeno per ora.
Eppure, proprio in quella sede, sono emerse posizioni divergenti sulla necessità di ricorrere a strumenti comuni come gli eurobond per finanziare un piano d’emergenza, qualora il blocco si prolungasse oltre le attuali stime; un’ipotesi che spacca i Paesi membri tra chi, come i tradizionalisti del Nord, teme un allentamento della disciplina fiscale e chi invece, trainato dai governi mediterranei, spinge per una risposta federale che argini il rischio di una nuova crisi del debito sovrano.
Il paragrafo dell’accordo che ha innescato il caos e l’errore di Washington
Se il futuro dello Stretto di Hormuz resta tanto difficile da definire, non è perché manchino analisi economiche o modelli previsionali in grado di quantificare il rincaro del petrolio; è piuttosto una partita la cui posta in gioco va molto più in profondità e che riguarda il controllo geopolitico, quelle che il presidente americano Donald Trump definisce le «carte» che un Paese può mettere sul tavolo di fronte ai propri avversari.
Secondo le ricostruzioni emerse negli ambienti diplomatici europei, l’amministrazione statunitense avrebbe sottovalutato la reazione di Teheran ai raid mirati sulle sue infrastrutture militari, innescando un controblocco navale che trasforma lo Stretto, vitale per il transito di un quinto del petrolio mondiale, in un vero e proprio strumento di «ricatto totale», per usare le parole di un alto funzionario di Bruxelles.
Fosse stata solo una questione di convenienze economiche, un rapido calcolo dei costi-benefici avrebbe probabilmente spinto le parti a trovare un compromesso già nelle settimane scorse; ma la posta in gioco, qui, è piuttosto la ridefinizione degli equilibri di potenza in un’area che gli Stati Uniti considerano ancora cruciale per la propria proiezione globale, e l’errore di Washington, a giudizio di molti osservatori, è stato quello di non aver calcolato fino in fondo la determinazione iraniana a trasformare lo Stretto in un’arma di pressione politica.
Confindustria e il monito di Orsini: “Rischio recessione molto alto”
Il campanello d’allarme più netto arriva però dal mondo produttivo italiano, con il presidente di Confindustria Emanuele Orsini che, intervenuto all’assemblea generale di Reggio Emilia, ha rilanciato le previsioni elaborate dall’organizzazione già ai primi di marzo, quando erano stati messi a punto tre scenari alternativi in base all’evoluzione del conflitto nel Golfo.
Nel primo di questi, l’ipotesi migliore prevedeva una conclusione della guerra prima dell’estate, che avrebbe consentito all’economia italiana di chiudere l’anno con una crescita tendenziale prossima allo zero; ma, con le ostilità che non accennano a placarsi e il blocco di Hormuz che si ripete con impressionante regolarità, Orsini ha avvertito che il rischio concreto di scivolare in una recessione tecnica è oggi «molto alto».
Le sue parole, pronunciate a margine di un intervento incentrato sulle prospettive dell’industria manifatturiera, hanno trovato eco negli ambienti finanziari di Milano e Francoforte, dove si teme che il perdurare dell’incertezza possa tradursi in un razionamento del credito per le imprese energivore, già provate dai rincorsosi degli ultimi due anni.
Borse e petrolio: la resilienza dell’Europa messa alla prova dai mercati
La nuova escalation in Medio Oriente ha rimesso in moto la volatilità sui mercati finanziari e dell’energia, ma finora le borse europee hanno mostrato una tenuta che gli analisti definiscono «a sorpresa», con il listino di Francoforte che ha assorbito il contraccolpo senza crolli verticali grazie soprattutto al settore dei servizi e alla debolezza dell’euro, che favorisce le esportazioni.
Parallelamente, le quotazioni del petrolio e del gas hanno subito impennate giornaliere superiori al 4%, salvo poi stabilizzarsi su livelli inferiori ai picchi toccati all’inizio dell’anno, segno che gli operatori scommettono su una durata limitata del blocco o su un intervento diplomatico di mediazione, forse proprio da parte europea.
Nel frattempo, la Banca centrale europea continua a monitorare con attenzione il rischio che questo shock dell’offerta non si traduca nuovamente in un rialzo dell’inflazione, riaprendo il dibattito interno al consiglio direttivo sulla possibilità di ritardare ulteriormente il prossimo taglio dei tassi; e mentre a Bruxelles si rincorrono le dichiarazioni sulla «resilienza» dell’economia comunitaria, resta il fatto che la spaccatura sugli eurobond, emersa già in passato durante la crisi pandemica, si ripropone oggi come un ostacolo politico difficile da superare in tempi brevi, proprio quando la coesione sarebbe più necessaria.




