L’escalation dell’Iran e il missile abbattuto: la Nato difende la Turchia, Ankara avverte Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ampio conflitto innescato dagli attacchi coordinati di Stati Uniti e Israele contro postazioni strategiche della Repubblica islamica, un’operazione che ha già portato alla morte dell’ayatollah Ali Khamenei e di buona parte del vertice politico-militare iraniano, sta producendo una reazione a catena dagli esiti imprevedibili, con Teheran che ha ormai esteso il suo raggio d’azione missilistico ben oltre i confini israeliani per colpire, direttamente o indirettamente, gli alleati occidentali presenti nell’area. Dopo giorni in cui i pasdaran hanno preso di mira basi e installazioni in Iraq, in Kuwait, nel Bahrein e persino nel Golfo, con un missile che ha causato danni significativi alla pista di una base aerea in Kuwait dove sono stanziati anche militari italiani, la svolta si è consumata nelle ultime ore con un lancio che ha sfiorato il territorio della Turchia, membro della Nato da decenni e attore chiave nello scacchiere mediorientale.

È il ministero della Difesa di Ankara, in una nota ufficiale, a ricostruire la dinamica di quanto accaduto: un proiettile balistico, lanciato dall’Iran e rilevato dai sistemi di allerta mentre attraversava la volta celeste dell’Iraq e quindi della Siria, stava virando pericolosamente verso lo spazio aereo turco, mettendo a repentaglio l’incolumità del Paese. L’ordigno, stando a quanto riferito dalle autorità, è stato prontamente ingaggiato e neutralizzato in volo, prima che potesse varcare il confine, grazie all’intervento delle batterie di difesa aerea della Nato dispiegate nel Mediterraneo orientale, un dispositivo che include, tra gli altri, sistemi Patriot installati nella regione di Adana a protezione dell’alleato anatolico. I frammenti precipitati al suolo nel distretto di Dortyol, nella provincia meridionale di Hatay, sono stati recuperati e analizzati, ma gli esperti hanno escluso che si tratti di parti della testata nemica: sono, invece, ciò che resta dei missili intercettori impiegati per distruggere la minaccia, e fortunatamente non si registrano né vittime né feriti tra la popolazione civile.

La risposta politica di Ankara e il diritto alla rappresaglia

La reazione della Turchia, sebbene misurata nei toni della diplomazia per non innescare un ulteriore, pericoloso allargamento del conflitto, è stata ferma e inequivocabile nelle dichiarazioni ufficiali. Il dicastero della Difesa, dopo aver confermato l’accaduto e aver ringraziato gli alleati per il tempestivo intervento, ha voluto lanciare un messaggio chiaro a Teheran, sottolineando come Ankara si riservi “il diritto di rispondere a qualsiasi atto ostile diretto contro il Paese” e che ogni passo necessario per difendere il territorio e lo spazio aereo nazionale verrà preso “con decisione e senza esitazione”. Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha avuto modo di discutere telefonicamente la vicenda con l’omologo iraniano Abbas Araghchi; nel corso del colloquio, Fidan ha ribadito la necessità improrogabile di evitare iniziative che possano condurre a una più ampia escalation regionale, un rischio, questo, che appare sempre più concreto.

Al di là dell’episodio specifico del missile, che secondo un funzionario turco citato dall’AFP sarebbe partito con l’intenzione di colpire una base nell’area di Cipro ma avrebbe poi deviato dalla sua rotta, ciò che preoccupa gli osservatori è la strategia complessiva messa in atto dalla Repubblica islamica. Non è un mistero che Teheran stia bersagliando, ormai da giorni, tutte quelle nazioni che ospitano contingenti o installazioni militari statunitensi, e il fatto che un ordigno abbia rischiato di violare lo spazio aereo della Turchia — un Paese Nato con una lunga frontiera comune con l’Iran — rappresenta un salto di qualità nella pericolosità dello scontro. Fonti del Centcom, il comando centrale americano, confermano che circa 50.000 soldati statunitensi sono già stati assegnati a quella che definiscono un’operazione senza precedenti contro l’Iran, e che ulteriori rinforzi stanno affluendo nella regione, compresi aerei da combattimento e mezzi corazzati, in un dispiegamento che, per intensità, avrebbe già superato quello del 2003 in Iraq.

Il fronte interno iraniano e la successione ai vertici dello Stato

Mentre la macchina da guerra americana e israeliana accelera la sua offensiva, con l’obiettivo dichiarato di decapitare l’apparato di potere degli ayatollah e con raid che continuano a martellare obiettivi sensibili, la situazione interna all’Iran è in subbuglio, segnata da vuoti di potere e da una successione che appare quanto mai complessa. La notizia più rilevante, in questo contesto di guerra aperta, arriva proprio da Teheran: Mojtaba Khamenei, figlio cinquantaseienne dell’ayatollah ucciso negli attacchi, sarebbe stato designato come nuova Guida Suprema della rivoluzione. La sua elezione, avvenuta in seno all’Assemblea degli Esperti — l’organo clericale che secondo la costituzione iraniana ha il compito di nominare e supervisionare il leader — era stata a lungo considerata una possibilità concreta, ma il contesto bellico e la pressione esercitata dal delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) hanno accelerato un iter che di solito richiederebbe settimane di dibattiti e consultazioni. Il voto, secondo fonti citate dall’emittente Iran International, si è tenuto in condizioni di emergenza, con i pasdaran che avrebbero esercitato forti pressioni per garantire una transizione rapida e senza scossoni, in un momento in cui il regime è sotto attacco sia dall’esterno che, potenzialmente, da possibili dissidenze interne.

Non è un caso che, parallelamente a queste convulse manovre politiche, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi abbia avviato consultazioni serrate con i paesi vicini, a partire dall’Iraq. In una conversazione telefonica con il consigliere per la Sicurezza nazionale iracheno, Qasim al-Araji, Araghchi ha discusso proprio degli “ultimi sviluppi della guerra in corso” e, stando a quanto riportato dall’agenzia Irna, le due parti hanno concordato sulla necessità impellente di rafforzare la cooperazione per proteggere la sicurezza dei confini comuni. L’Iraq, che si trova in una posizione geografica e politica estremamente delicata, ospitando sia truppe americane che milizie filo-iraniane, cerca di navigare a vista in questa crisi, temendo di diventare il terreno principale dello scontro per procura tra Washington e Teheran. Il fatto che Teheran chieda a Baghdad di vigilare sui confini, mentre lancia missili che sorvolano proprio il territorio iracheno per raggiungere potenziali bersagli, dimostra la complessità e le contraddizioni di un conflitto che non conosce più linee di fronte ben definite.

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