Più olio tunisino senza dazi, Coldiretti in allerta: “Un colpo mortale per la Calabria”
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Redazione Interno
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La possibile decisione dell'Unione Europea di raddoppiare le importazioni a dazio zero di olio d'oliva dalla Tunisia ha acceso un duro confronto con il mondo agricolo italiano, che vede in questa misura un pericolo reale per la sopravvivenza stessa del comparto nazionale. Secondo le organizzazioni di categoria, l'apertura di un simile canale preferenziale costituirebbe l'ultimo capitolo di una politica commerciale miope, la quale, mentre si proponeva di stabilizzare le relazioni con i paesi del Mediterraneo, ha finito per indebolire progressivamente le produzioni di qualità dell'Europa meridionale. Un meccanismo che, se confermato, rischierebbe di alterare in modo definitivo gli equilibri di un mercato già fragile, dove i produttori faticano a competere con costi di produzione ben più bassi e standard talvolta differenti.
La crescita della Tunisia e la pressione sui prezzi
Lo scenario che allarma gli operatori del settore si delinea con cifre precise: la produzione tunisina, che potrebbe presto toccare le cinquecentomila tonnellate annue, è destinata a superare quella italiana, relegando il paese al terzo posto nella classifica mondiale. Una crescita imponente, trainata da annate particolarmente favorevoli e da investimenti mirati, che genera un surplus destinato per larga parte all'esportazione. È proprio questo flusso costante, agevolato da accordi di libero scambio, a esercitare una pressione al ribasso sui listini internazionali, rendendo non remunerative le vendite per molti olivicoltori italiani e spagnoli, i quali sostengono invece costi più elevati per manodopera, logistica e rispetto di normative stringenti.
Il fenomeno dell'italian sounding e i presidi
La polemica, tuttavia, non verte solo sulla concorrenza di prezzo. Il punto più dolente, denunciato con forza da Coldiretti, riguarda le pratiche commerciali che vedrebbero parte dell'industria di trasformazione acquistare olio a basso costo per miscelarlo e rivenderlo sotto l'etichetta di "made in Italy". Una dinamica di italian sounding che, sfruttando le attuali norme sull'etichettatura, confonde il consumatore finale e svilisce il valore autentico dell'olio extravergine prodotto in Italia. Per contrastare questo fenomeno, l'associazione agricola ha annunciato la mobilitazione dei propri soci, pronti a presidiare con le bandiere gialle i principali punti di ingresso delle merci, come porti e valichi di frontiera, dove transitano le cisterne cariche di prodotto.
Le implicazioni per la qualità e la trasparenza
Oltre ai danni economici, viene sollevata una questione che tocca la trasparenza e la sicurezza alimentare. L'organizzazione calabrese, nello specifico, ha ricordato come l'origine del prodotto sia una garanzia fondamentale per il consumatore, non solo in termini di tracciabilità ma anche di salubrità. L'olio extravergine italiano, soggetto a controlli severi lungo tutta la filiera, rischia di essere sostituito da materie prime di provenienza diversa, le cui caratteristiche chimiche e organolettiche potrebbero non rispettare gli stessi standard qualitativi. Una sostituzione che, secondo gli agricoltori, metterebbe in pericolo la reputazione stessa del comparto, costruita in decenni di lavoro e di rispetto per un prodotto simbolo della dieta mediterranea.




