Europa al bivio strategico: dipendenze e costi dell'emancipazione da Washington

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nelle stanze del potere di Bruxelles, il confronto con gli Stati Uniti di Donald Trump, il quale ha recentemente deciso di appropriarsi della Groenlandia, si è ormai tramutato in un serrato esame di coscienza collettiva. L’elemento che più di ogni altro, spesso rimanendo sottotraccia, condiziona questo dibattito è l’elevata dipendenza continentale, non solo in ambito militare ma in una costellazione di settori economici e tecnologici, verso il partner americano. Una dipendenza strutturale, quella che molti definiscono senza mezzi termini una relazione segnata dalla coercizione e dall’inaffidabilità, che rende l’idea di una "rupture", di una rottura e non di un semplice strappo diplomatico, un'opzione dal costo proibitivo e dalle conseguenze imprevedibili. La discussione, insomma, va ben al di là dei toni accesi della cronaca politica per investire le fondamenta stesse del progetto europeo e la sua capacità di perseguire una sovranità strategica autentica.

Il divario economico come dato strutturale

Quando si parla di interessi economici, il primo dato che salta agli occhi e che sembra raccontare una storia di dominio incontrastato è il Pil nominale, il quale, stando alle proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, disegna un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. Nel 2025, infatti, il Pil pro capite americano ha sfiorato la soglia dei 93mila dollari, mentre la media dell’Unione Europea si è attestata intorno ai 50mila: un divario che, osservando i numeri nudi e crudi, appare oggi più marcato che in passato e che costituisce il sottofondo ineludibile di qualsiasi negoziato. Questo squilibrio di forza economica, per molti versi determinante, impone una riflessione sulle reali possibilità di azione autonoma dell'Europa, la quale deve misurarsi con una potenza che detiene una massa critica finanziaria e produttiva di gran lunga superiore.

La proposta per una svolta federale e sovrana

Di fronte a questa crisi transatlantica, percepita come un punto di non ritorno, un gruppo di circa quaranta esponenti politici e intellettuali europei, tra i quali figurano ex presidenti, ministri e commissari, ha inviato una lettera aperta al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa per chiedere un cambio di rotta radicale. La proposta, che punta a una reale sovranità strategica, passa inevitabilmente per una maggiore integrazione, ovvero per la federalizzazione dell’Unione in settori cruciali come la difesa comune e la politica commerciale. Si tratterebbe, in sostanza, di costruire una capacità di azione collettiva che possa finalmente bilanciare, o quantomeno contenere, l’influenza e le scelte unilaterali di Washington, emancipandosi da quelle dipendenze che ora appaiono come un vincolo pericoloso in un’epoca di nuove barriere commerciali e di profondi rivolgimenti politici.

La strategia di contenimento nell’attesa del 2028

Al di là delle visioni di più lungo periodo, la contingenza impone una risposta immediata all’"anomalia" rappresentata dall’amministrazione Trump. La raccomandazione che circola in alcuni ambienti strategici è quella di adottare, nel breve termine, una cosiddetta "strategia della spugna", capace di assorbire le tensioni senza innescare escalation distruttive, mentre parallelamente si persegue una "riglobalizzazione selettiva" attraverso l’aumento di trattati doganali con altri partner nel mondo. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare destabilizzazioni economiche e finanziarie del sistema globale, mantenendo al contempo la fiducia che l’America stessa, al di là della fase attuale, possieda gli anticorpi istituzionali per contenere gli eccessi più divergenti. Tutto ciò, nella speranza che le elezioni presidenziali del novembre 2028 portino a una configurazione politica a Washington molto probabilmente diversa e più convergente con gli alleati storici.

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