Addio a Lea Massari, l’attrice che sfuggiva ai riflettori
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Se lo chiedevano Monica Vitti e Gabriele Ferzetti ne L’Avventura, e in fondo ce lo siamo chiesti anche noi, ogni volta che il suo nome riaffiorava tra i ricordi del cinema che conta. Dov’è finita Lea Massari? Perché, pur avendo lavorato con i più grandi registi italiani, da Antonioni a Leone, da Monicelli a Risi, sembrava sempre sfuggire alla ribalta, come se la sua figura fosse destinata a rimanere sospesa tra realtà e oblio? La risposta, forse, sta nella sua natura di "antidiva", come l’hanno definita in molti: un’attrice capace di lasciare il segno senza mai cercare i riflettori, di essere memorabile pur rifiutando ogni forma di ostentazione.
Nata Anna Maria Massatani, ma per tutti semplicemente Lea Massari, si è spenta a Roma a 91 anni, dopo una carriera che l’ha vista protagonista di pellicole entrate nella storia. La sua scomparsa, avvenuta lunedì 23 giugno, è stata resa nota solo ora, quasi a confermare quel riserbo che l’ha sempre caratterizzata. Non una diva, appunto, ma un’interprete di rara intensità, che ha saputo incarnare personaggi complessi senza mai cedere alla tentazione della sovraesposizione.
Fu Michelangelo Antonioni a regalarle il ruolo più iconico, quello di Anna ne L’Avventura (1960), la giovane che svanisce nel nulla durante una gita in barca, lasciando un vuoto che diventa metafora di un’epoca. Una parte perfetta per lei, che della sottrazione faceva un’arte: il suo sguardo enigmatico, la presenza discreta ma magnetica, la rendevano un’attrice unica, impossibile da confondere con altre. «Non assomiglia a nessun’altra, assomiglia a se stessa», disse di lei Renato Castellani, cogliendo l’essenza di un’interprete fuori dagli schemi.
Accanto ad Antonioni, lavorò con maestri come Sergio Leone (All’onorevole piacciono le donne, 1972), Dino Risi (Il sorpasso, 1962) e Francesco Rosi (Cristo si è fermato a Eboli, 1979), dimostrando una versatilità fuori dal comune. Eppure, nonostante i riconoscimenti della critica e l’ammirazione del pubblico, scelse di non trasformare la fama in un’ossessione. Preferì la vita privata alle passerelle, il silenzio alle interviste, in un’epoca in cui il cinema cominciava a diventare spettacolo a tutti i costi.
Il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni l’ha ricordata come un’attrice «dall’irresistibile magnetismo e dal talento folgorante», parole che suonano come un tributo doveroso per un’artista che ha fatto della sobrietà la sua cifra. In un’industria spesso attratta dall’effimero, Lea Massari ha rappresentato l’esatto contrario: un’interprete che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare, né di mostrarsi per essere ricordata.




