Ponte sul Trigno, nel fango e nelle acque torbide continuano le ricerche di Domenico Racanati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tregua del maltempo, se così si può definire il soleggiato ma freddo giorno di Pasqua, non ha fermato le operazioni dei soccorritori. Anzi, ne ha forse acuito l’urgenza, perché ogni ora che passa – nel silenzio rotto solo dal motore dei gommoni e dal ronzio dei droni – riduce drammaticamente le speranze di ritrovare in vita Domenico Racanati, il 53enne pescatore di Bisceglie inghiottito dalla furia del fiume Trigno. Le ricerche, riprese all’alba e proseguite senza interruzione per l’intera giornata, si concentrano su tre direttrici principali: l’alveo del fiume, reso insidioso da una visibilità pari a zero a causa dei detriti in sospensione, la fascia costiera della foce e il tratto di mare antistante Montenero di Bisaccia. La macchina dei soccorsi, lungi dall’essersi ridimensionata, si è anzi ulteriormente articolata, dispiegando sul campo un arsenale di competenze tecniche che pochi disastri naturali riescono a mobilitare.

Un dispositivo da guerra tecnologica per scandagliare il fango

Sul posto, i Vigili del Fuoco – con un contingente che non si limita al Comando di Campobasso ma include rinforzi da altre province – hanno letteralmente suddiviso il territorio in porzioni infinitesimali. Ci sono i nuclei sommozzatori, che si calano in quelle acque scure e gelatinose con strumenti ecografici per tentare di "leggere" il fondale, un’operazione quasi acrobatica data la totale assenza di visibilità. Parallelamente, i nuclei Saf (Speleo Alpino Fluviali) perlustrano le rive, quelle fangose e franose, dove il fiume ha depositato uno strato viscido di vegetazione marcescente. Non manca, e non potrebbe essere altrimenti vista l’estensione dell’area, l’uso della tecnologia d’avanguardia: un nucleo Sapr utilizza droni termici per sorvolare le zone impervie, mentre gli specialisti Tas (Topografia Applicata al Soccorso) georeferenziano ogni metro quadrato già ispezionato, per evitare inutili sovrapposizioni e garantire una copertura totale.

La targa e il paraurti, i soli segni del passaggio della Fiat Bravo

Il quadro degli indizi – se così si possono chiamare i reperti fisici in un contesto simile – rimane drammaticamente esiguo. Dell’uomo e della sua Fiat Bravo color champagne non c’è traccia, se non il ritrovamento, avvenuto nei giorni scorsi, della targa dell’auto e del paraurti anteriore. Un frammento di metallo e un pezzo di lamiera che confermano la violenza dell’impatto con la struttura del ponte, ma che non aiutano a restringere il raggio d’azione delle ricerche. La Capitaneria di Porto, presente con una motovedetta, pattuglia senza sosta la zona antistante la foce, dove la corrente del fiume – ancora sostenuta nonostante il miglioramento climatico – incontra le onde del mare, creando un vortice naturale che potrebbe aver trascinato via ogni cosa.

Monitoraggio della campata pericolante e rimozione dei detriti

Mentre i familiari attendono, aggrappati a quel filo di speranza che si assottiglia con il passare dei minuti, gli operatori devono fare i conti anche con un altro nemico, statico ma letale: la parte del ponte non crollata. La campata nord, ancora in piedi ma gravemente instabile, rappresenta un rischio concreto per i soccorritori. Per questo, gli operatori Usar (Urban Search and Rescue) hanno puntato le loro attrezzature laser sulla struttura, monitorando in tempo reale ogni minimo movimento, mentre il gruppo Gos-Mmt (Gruppo Operativo Speciale – Mezzi Movimento Terra) si concentra sulla rimozione degli enormi tronchi d’albero e dei residui vegetali che si sono accumulati alla foce, come un tappo che ostruisce il naturale deflusso. Solo ripulendo la zona da questi giganteschi ingombri, infatti, sarà possibile ispezionare a fondo quei tratti di spiaggia e quei bassi fondali dove la corrente, nei prossimi giorni, potrebbe restituire ciò che ha nascosto.

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