Raf torna a Sanremo e riavvolge il nastro: una canzone con il figlio, il ricordo della bronchite e la moglie che lo salvò dalle droghe

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non era nei programmi, o forse sì, se è vero che certi ritorni hanno il sapore di una pacificazione più che di una semplice partecipazione. Raf, all’anagrafe Raffaele Riefoli, calcherà il palco dell’Ariston per la quinta volta in carriera, a undici anni di distanza da quella disavventura del 2015 che lo vide eliminato e, particolare non secondario, senza voce a causa di una bronchite che lo aveva messo ko prima ancora di cominciare. Stavolta, però, l’approccio è diverso, e lo racconta lui stesso con una consapevolezza che forse solo il tempo e le esperienze traversali sanno regalare: non ci sono riti scaramantici né ansie da prestazione, o almeno, dice di esserci andato vicino a uno stato di grazia zen. “Ho imparato a essere più sereno – ha confessato – forse perché mi giudico meno severamente”. E con questo spirito che presenta Ora e per sempre, il brano in gara, la cui genesi è tutta familiare.

La scintilla, spiega il cantante, è scoccata tra le mura di casa, quando il figlio Samuele, che di anni ne ha venticinque e una spiccata sensibilità artistica, gli ha sottoposto uno spunto melodico. “Siamo partiti da un’idea sua – ha raccontato Raf – mi sono messo al pianoforte con lui e abbiamo iniziato a lavorarci. A un certo punto mi ha detto: ‘Papà, forse questa melodia è più adatta a te’”. Un passaggio di consegna che ha dell’inversione generazionale, quel momento in cui è il figlio a indicare al padre la strada, o almeno a fornirgli gli strumenti per raccontarsi. E il racconto, inevitabilmente, è finito per intrecciarsi con la storia d’amore che da quasi quarant’anni lega il cantante a Gabriella Labate, ex ballerina e showgirl incontrata nel 1987 a Saint-Vincent durante le prove di uno spettacolo. Una relazione solida, che ha attraversato tempeste e salvezze, come quella a cui Raf allude senza troppi giri di parole quando parla del periodo successivo al boom di Self Control.

Il successo planetario del 1984, quello che lo trasformò in un’icona della dance internazionale, ebbe un prezzo. “Quel successo improvviso mi travolse – ha ammesso il cantante –. Nel testo non lo dico, ma mi rifugiai nelle sostanze stupefacenti. Fu lei a salvarmi”. Un’ammissione secca, priva di autoassoluzione, che riporta alla luce gli anni ruggenti e oscuri di un ragazzo venuto dal punk, dai Cafè Caracas, band fondata con Ghigo Renzulli, futuro chitarrista dei Litfiba, e finito in un vortice che solo l’incontro con Gabriella riuscì a placare. È a lei, a questa storia che resiste, che è dedicata la canzone sanremese, il cui Titolo nasce da un vecchio biglietto ingiallito. Durante i preparativi per il matrimonio, celebrato nel 1996 a Campo Florido, un piccolo villaggio vicino all’Avana, il sacerdote aveva scritto la promessa in spagnolo, chiudendo con il classico “finché morte non ci separi”. Raf, trovando quell’espressione troppo lugubre, la cancellò e scrisse a matita “ahora y para siempre”, ora e per sempre. Quel biglietto, ritrovato in un cassetto, ha dato il nome al brano.

L’incubo di Sanremo 2015 e la rinascita tra i ricordi

Se l’esordio sanremese da autore fu trionfale – nel 1987 firmò con Umberto Tozzi e Giancarlo Bigazzi Si può dare di più, portata al successo dal trio Morandi-Ruggeri-Tozzi – il ricordo più vivido dell’ultima volta è invece un incubo a lieto fine mancato. Era il 2015, Raf era in gara con Come una favola, ma una bronchite gli aveva compromesso la voce al punto da rendere l’esibizione un calvario. La spiacevole sorpresa, però, arrivò a cena, dopo l’esibizione. “Ero seduto al tavolo con mia moglie e il mio manager – ha rievocato – quando lo chef si è avvicinato e in diretta televisiva mi ha detto: ‘Sei stato eliminato’. Mi è rimasto il boccone lì”. Un’uscita di scena amara, che lui stesso definisce il ricordo più brutto delle sue cinque partecipazioni, in un’epoca in cui, a suo dire, il Festival era ormai modellato sul format dei talent show, con la tv che prevaleva sulla musica.

Oggi, a distanza di un decennio, il clima è mutato. Non solo per la maggiore serenità interiore, ma anche per la consapevolezza che certe canzoni, al di là del verdetto della gara, sono destinate a restare. E Raf, che nella sua carriera ha sfornato inni generazionali come Il battito animale e Cosa resterà degli anni '80, sembra aver fatto definitivamente pace con il palco dell’Ariston. La sua Ora e per sempre, una ballad intensa che parla di due ragazzi cresciuti mentre il mondo intorno si complicava, prova a fotografare questa maturità ritrovata. Nella scrittura, a quattro mani con Samuele, emerge anche l’eco di un presente complicato, con un accenno alla scarsa empatia dei potenti verso i popoli oppressi, ma la chiusura, come nelle migliori tradizioni pop, è affidata a un barlume di speranza: l’amore che alla fine prevale su tutto.

Una serata cover in compagnia dei The Kolors

Per la quarta serata, quella dedicata alle reinterpretazioni, il cantante pugliese ha scelto di stupire, abbinando il suo timbro inconfondibile a quello dei The Kolors, band che proprio agli anni Ottanta si è sempre ispirata. Insieme, sul palco, proporranno The Riddle di Nik Kershaw, un altro classico del 1984, lo stesso anno di Self Control. Un brano dal testo volutamente senza senso, un nonsense che Kershaw stesso ha sempre raccontato di aver lasciato tale perché, una volta incisa la guida vocale, nessuna parola successiva sembrava calzare meglio. “Volevo mantenere l’andatura di marcia irlandese dell’originale – ha spiegato Raf – ma ci aggiungeremo un ritmo reggaeton per invitare al ballo. Niente a che vedere con Bad Bunny, sarà comunque un pezzo pop”. Un connubio che promette di unire due generazioni, quella del synth-pop d’autore e quella del sound contemporaneo, in un gioco di specchi che conferma, semmai ce ne fosse bisogno, come certa musica non smetta mai di parlare al presente.

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