Calabria maglia nera in Europa per occupazione, il Sud arranca nonostante i timidi segnali di ripresa
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Redazione Economia
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Meno di un calabrese su due, tra i 15 e i 64 anni, ha un lavoro. È il dato più basso dell’Unione Europea, escludendo la Guyana francese, che chiude la classifica con un margine minimo. Lo certifica Eurostat nel report 2024: la regione si ferma al 44,8%, un miglioramento di appena 0,2 punti rispetto all’anno precedente, mentre la media italiana è al 62,2% e quella europea sfiora il 71%. Un divario strutturale, che non accenna a ridursi nonostante le politiche adottate e che accomuna tutto il Mezzogiorno. Campania, Sicilia e Puglia, infatti, seguono a ruota nella graduatoria delle peggiori performance continentali, con tassi che oscillano tra il 46% e il 48%.
Le cause di questo ritardo, come sottolineano gli analisti, sono molteplici e stratificate. L’offerta formativa spesso non risponde alle esigenze del mercato, lasciando un esercito di giovani senza competenze spendibili. A ciò si aggiunge il divario tecnologico, che rallenta l’innovazione, e una burocrazia asfissiante, che scoraggia gli investimenti. Senza dimenticare il peso dell’economia sommersa, che in alcune province supera il 20%, e lo spopolamento dei centri minori, dove l’assenza di servizi basici spinge i residenti verso il Nord o l’estero.
La politica, intanto, non perde occasione per trasformare i numeri in polemica. Antonio Iannone, esponente di Fratelli d’Italia, ha attaccato duramente il centrosinistra campano: "Dopo dieci anni di governo Pd, la situazione è disastrosa. Hanno fallito, e i dati lo dimostrano". Un’accusa che ignora, però, la complessità di un fenomeno radicato da decenni e che affonda le radici in dinamiche ben più ampie delle scelte amministrative locali.




