L’ombra del ring e i secondi in bianco e nero: cosa resta dell’omicidio Bongiorni
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Redazione Interno
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La morte di Giacomo Bongiorni, il 47enne carpentiere ucciso sabato scorso a Massa sotto lo sguardo della compagna e di un figlio di 11 anni, si regge su un paradosso giudiziario e visivo: mentre tre dei quattro occhi elettronici puntati su piazza Palma risultano fuori uso, l’unico funzionante ha restituito una sequenza sgranata, in bianco e nero, priva di audio e parzialmente oscurata dal tronco di un albero. È da questi fotogrammi, della durata complessiva di un minuto e 54 secondi ma ridotti a quindici secondi utili per la ricostruzione, che la Procura di Genova e i carabinieri tentano di districare la matassa delle responsabilità, dove alla violenza brutale del branco si sovrappone la tecnica chirurgica di un pugile diciassettenne. Il giovane, che secondo le prime verifiche ha militato fino a tre anni fa nella Pugilistica Massese collezionando match da schoolboy, avrebbe sferrato il colpo decisivo: un pugno che, come rilevato dalle fonti investigative, ha fatto precipitare l’uomo al suolo senza che questi potesse opporre resistenza.
L’autodifesa del ring e le voci dal carcere
La versione del minorenne, una promessa della boxe toscana finita in una comunità dopo l’interrogatorio dei magistrati, si fonda su una reazione istintiva: “Mi ha dato una testata, ho reagito”. Un racconto che trova un parallelo nelle dichiarazioni rese dai due maggiorenni finiti in carcere, Eduard Alin Carutasu, 19 anni, e Ionut Alexandru Miron, 23 anni, i quali hanno descritto una lite nata per una bottiglia caduta a terra – raccolta dai ragazzi su richiesta – e degenerata solo dopo un successivo avvicinamento della vittima e del cognato Gabriele Tognocchi. Tuttavia, gli inquirenti hanno già evidenziato una discrepanza sostanziale: nelle immagini in possesso degli investigatori, non si scorge la testata che il 17enne sostiene di aver subito, mentre emerge con chiarezza il suo braccio che si allunga per colpire per primo il volto del carpentiere.
Il buco nero della videosorveglianza e il rito delle fiaccole
La debolezza dell’impianto probatorio tecnologico – tre telecamere su quattro rotte in una piazza centrale – ha costretto gli investigatori a basarsi quasi esclusivamente su quella singola angolazione per ricostruire l’esatta dinamica dei colpi, che includono un secondo pugno sferrato a terra e un calcio al capo del 19enne Carutasu, da lui stesso giustificato come un gesto dettato “dalla rabbia”. Nel frattempo, la città ha risposto al vuoto di sicurezza con un gesto collettivo: la fiaccolata promossa da Comune e Diocesi ha visto la partecipazione di diverse migliaia di persone, un corteo silenzioso che dal centro storico ha raggiunto il luogo dell’aggressione per ricordare il padre di famiglia. Un rituale di dolore che ha provato a ricucire il tessuto urbano, mentre i due maggiorenni restano nel carcere di Massa non per rischio di fuga – la gip Antonia Aracri ha infatti respinto il fermo per un vizio procedurale legato all’assenza di questo pericolo – ma per la concreta possibilità di reiterazione del reato, confermando la misura cautelare per l’accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi.
Il silenzio delle lenti e le variabili della difesa
Mentre la salma attende gli esiti dell’autopsia – per la quale il medico legale ha chiesto trenta giorni per determinare se il decesso sia stato causato dal pugno o dal successivo impatto al suolo – le difese tentano di scardinare la ricostruzione ufficiale. L’avvocato del 17enne parla di una “ricostruzione alternativa” che verrà proposta nel corso del procedimento, e persino una giovane diciottenne ascoltata dagli atti ha riferito di aver visto la testata sferrata dalla vittima, sebbene il video non la mostri. Quel che è certo, al di là della nebbia delle dichiarazioni contrastanti, è la sequenza fattuale: il diverbio per una vetrina rotta (già danneggiata in precedenza, secondo i legali), il richiamo del cognato di Bongiorni, finito con il setto nasale fratturato, e infine l’irruzione del gruppo contro il carpentiere, che non ha avuto scampo. Il particolare macabro della dinamica – l’assenza di audio nei filmati – lascia gli inquirenti senza le parole che hanno preceduto la rissa, costringendoli a leggere il pestaggio solo attraverso le ombre dei corpi che si avventano su una sagoma ormai inerme.




