Teheran: “Gli Usa negoziano con loro stessi”. E mentre i militari si preparano, lo Stretto di Hormuz riapre (a pagamento)

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’illusione di un tavolo negoziale si scontra, ancora una volta, con la durezza dei fatti sul campo. Mentre fonti diplomatiche rincorrono la possibilità di un vertice già a Islamabad, il quadro che emerge dalla capitale iraniana è quello di una sostanziale sfiducia nei confronti dell’amministrazione Trump, reo – secondo i funzionari di Teheran – di aver già giocato un doppio gioco in due distinti round di colloqui precedenti. La sensazione, riportata da Axios con il crisma della fonte diretta, è che la Repubblica Islamica non voglia lasciarsi sorprendere una terza volta: gli Stati Uniti, spingendo per un incontro in presenza in Pakistan, si trovano di fronte alla memoria ancora vivida degli attacchi a sorpresa che avevano fatto seguito a precedenti aperture diplomatiche.

A dare sostanza a questa narrazione di una trattativa impossibile, contribuisce la piega presa dalle richieste iraniane. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le condizioni poste da Teheran per porre fine alle ostilità – che includono risarcimenti per i danni subiti, la revoca totale delle sanzioni e, soprattutto, la chiusura di tutte le basi militari statunitensi nel Golfo Persico – sono state liquidate da un funzionario americano con due aggettivi inequivocabili: “ridicole e irrealistiche”. Si tratta di pretese che, nelle intenzioni del delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) – emerso come attore dominante dopo le ultime fasi del conflitto – mirano a ridisegnare l’architettura di sicurezza regionale senza alcuna ingerenza esterna, un progetto che Washington non sembra intenzionata a prendere in seria considerazione.

La strategia delle armi e il silenzio delle diplomazie

In questo clima di stallo, il Pentagono muove i pezzi sulla scacchiera mediorientale con una rapidità che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. L’invio di almeno mille paracadutisti della 82esima Divisione Aviotrasportata, pronti a essere schierati in poche ore in un ambiente ostile, rappresenta un segnale inequivocabile di come l’amministrazione intenda tenere aperta la via della forza. Questi uomini, addestrati per il combattimento diretto e il controllo di punti strategici come aeroporti, si aggiungono a una presenza navale già massiccia nelle acque del Golfo, trasformando la regione in un gigantesco poligono dove l’opzione militare è tenuta costantemente calda.

Le dichiarazioni pubbliche del presidente Trump, che rivendica il raggiungimento degli obiettivi militari e la fine imminente delle operazioni, sembrano quindi coesistere con una realtà operativa che racconta una storia diversa. La Casa Bianca, pur attraverso la voce della portavoce, si trincera dietro il “no comment” sulle operazioni specifiche, lasciando intendere che tutte le opzioni rimangano sul tavolo mentre i mediatori – tra cui Pakistan, Egitto e Turchia – tentano invano di ricucire uno strappo che appare ormai lacerato.

Lo Stretto di Hormuz: un passaggio a pagamento e solo per amici

È sull’acqua, tuttavia, che si gioca la partita più concreta. L’Iran ha ufficialmente riaperto – se così si può dire – lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita un quinto del greggio mondiale, ma lo ha fatto imponendo regole che ne ribaltano il principio di libertà di navigazione. Teheran ha comunicato all’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) che il passaggio sarà consentito solo alle navi giudicate “non ostili”, escludendo di fatto quelle battenti bandiera statunitense, israeliana o dei Paesi considerati coinvolti nel conflitto.

Si tratta di una riapertura che sa di presa d’atto: dopo le chiusure parziali seguite agli attacchi congiunti di Israele e Stati Uniti, il regime degli ayatollah ha trasformato il transito in una procedura burocratica e, secondo fonti internazionali, estremamente onerosa. Il sistema, gestito in modo capillare dall’IRGC, prevede una lunga trafila di autorizzazioni, controlli incrociati e – si sussurra negli ambienti marittimi – il pagamento di cifre considerevoli (si parla di milioni di dollari per i petrolieri) che vengono spesso saldate in yuan cinesi, in quella che viene ormai definita una sorta di “toll booth” di Teheran. Il risultato è stato il collasso del traffico commerciale: dalle oltre 130 navi al giorno antecedenti al conflitto si è passati a una manciata di transiti, con un arretrato di quasi duemila imbarcazioni in attesa di un nullaosta che potrebbe non arrivare mai. Le uniche a passare con una certa regolarità sono le cosiddette “navi ombra” o quelle dirette in Cina, a testimonianza di come il conflitto stia ridisegnando anche le rotte commerciali globali in funzione delle alleanze geopolitiche.

Il bluff della diplomazia e il peso delle armi

L’impasse diplomatica si regge su un equivoco di fondo che nessuno dei due schieramenti sembra voler sciogliere. Da un lato, l’Iran insiste sulla narrazione per cui gli Stati Uniti, nelle parole di un portavoce militare citato dai media israeliani, starebbero “negoziando con loro stessi”. Dall’altro, l’amministrazione Trump definisce irricevibili le condizioni di pace poste da Teheran. Il risultato è che le comunicazioni, gestite tramite intermediari e caratterizzate da proposte scritte (come il documento in 15 punti recapitato dagli americani) che vengono respinte al mittente, non hanno prodotto alcun avvicinamento delle posizioni.

L’escalation militare, con l’arrivo di ulteriori forze di terra e il perdurare delle incursioni aeree su Hezbollah in Libano e sulle postazioni missilistiche iraniane, trasforma la crisi in una guerra di logoramento. La riapertura condizionata dello Stretto di Hormuz rappresenta la dimostrazione più evidente di come, pur non volendo arrivare a un blocco totale che danneggerebbe anche gli stessi alleati di Teheran, l’Iran abbia scelto di imporre il proprio ordine sul campo, trasformando una via d’acqua internazionale in un’arma di ricatto globale.

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