Carburanti, quindicesimo giorno di calo ma il barile di Brent vola oltre i 102 dollari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La tregua sui prezzi alla pompa, per chi vive in Italia, continua a regalare un illusorio senso di normalità. Da quindici giorni consecutivi, come certificano i dati dell’Osservatorio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, benzina e gasolio registrano ribassi progressivi; nella giornata di oggi, domenica 26 aprile, il prezzo medio in modalità self service sulla rete stradale nazionale si è fissato a 1,738 euro al litro per la verde e a 2,059 per il diesel. Un respiro di sollievo per gli automobilisti, se non fosse che questo trend ribassista viaggia parallelamente – o forse in totale controtendenza – rispetto a quanto accade sui mercati internazionali, dove il greggio continua a scaldare i motori della speculazione.

Il paradosso di Hormuz

A rendere paradossale l’attuale scenario è la geografia fisica, che si scontra con quella economica. Da un lato, i listini nazionali segnano il passo indietro; dall’altro, il Brent, il greggio di riferimento per il nostro mercato, veleggia stabilmente sopra i 102 dollari al barile, toccando picchi di volatilità che non si vedevano da mesi. Il motivo di questa spinta rialzista, bisogna riconoscerlo, non è certo legato alla domanda, bensì a una crisi profonda e localizzata: lo Stretto di Hormuz, un vero e proprio colpo di fulmine per l'oro nero, è di fatto ostaggio delle tensioni geopolitiche. Navigare in quelle acque, dove transita una fetta significativa del petrolio mondiale, è diventata un'impresa ad alto rischio, e i mercati scontano questo "rischio paese" con rincari continui.

I numeri del Mimit e la resilienza italiana

Sul fronte interno, i rilevamenti del Mimit, diffusi anche attraverso l’analisi della Commissione europea, raccontano di un’Italia che, almeno per ora, riesce a tenere testa alla tempesta. I prezzi medi del self service, che sul finire della scorsa settimana avevano sfiorato quota 1,736 euro per la benzina e 2,062 per il gasolio, si sono ulteriormente assestati verso il basso. Un dato, questo, che fa dell’Italia un’eccezione nel panorama delle grandi economie del Vecchio Continente; a parità di crisi internazionale, la nostra crescita percentuale dei prezzi è risultata molto più contenuta rispetto a quella di realtà come Francia e Germania, dove l’incremento è stato tra il 15 e il 18%. Un risultato, va detto, che se da un lato premia la tempestività dei controlli, dall’altro lascia spazio all’interrogativo su quanto a lungo questa diga possa reggere.

Il divario autostradale

A rompere l’incantesimo dei ribassi, anche oggi, ci pensano i gestori delle aree di servizio situate lungo le autostrade. Lì, il quadro cambia radicalmente: il prezzo della benzina sale a 1,789 euro al litro, mentre per il gasolio si arriva a toccare quota 2,118 euro al litro. Un’oscillazione, questa, che non sorprende più di tanto gli addetti ai lavori, poiché le tratte autostradali inrano costi di gestione e logistica più elevati rispetto ai distributori urbani. Tuttavia, se incrociamo questi valori con la materia prima che bolle in pentola a livello globale – con il greggio che viaggia sostenuto dal blocco navale e dalla chiusura delle trattative di pace – viene da chiedersi se stiamo assistendo a un semplice ritocco fisiologico o al preludio di una nuova, inevitabile, impennata.

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