Trump ritira l'attacco all'Iran su richiesta di Teheran: “Ora un accordo rapido su Hormuz”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La decisione, che giunge al culmine di settimane di tensione e di una campagna di bombardamenti che aveva già sollevato preoccupazioni a livello globale, è stata comunicata dal presidente degli Stati Uniti attraverso un post sul suo social network Truth. Trump ha scritto di aver accolto la richiesta, avanzata dall'Iran e da altre nazioni mediorientali, di sospendere qualsiasi attacco, a condizione che si proceda rapidamente alla definizione di un accordo che includa l'apertura totale e immediata dello Stretto di Hormuz e la fine della minaccia nucleare iraniana.

La sospensione dell'offensiva, che secondo alcune fonti avrebbe dovuto estendersi per un periodo di circa due settimane e coinvolgere anche Israele, rappresenta un'inattesa quanto fragile tregua in un conflitto ormai entrato nel sesto mese.

“Livelli di potenza mai visti dalla Seconda guerra mondiale”

Nel suo messaggio su Truth, Trump non ha mancato di ribadire la forza di fuoco a disposizione degli Stati Uniti, affermando che il paese è pronto a intervenire contro la Repubblica Islamica con livelli di “terrore, forza e potenza militare” senza precedenti dal secondo conflitto mondiale. Tuttavia, ha subito dopo precisato che, su richiesta dell'Iran e di altri paesi della regione, ha accettato di annullare l'attacco programmato per il bene del futuro del mondo e per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo.

Il presidente ha inoltre aggiunto che lo Stato di Israele si unisce a lui in questo impegno, suggerendo un fronte comune nell'approccio alla crisi.

Le pressioni diplomatiche e le preoccupazioni saudite

La retromarcia di Trump arriva dopo un fine settimana di intense consultazioni diplomatiche, durante le quali il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha avuto un colloquio telefonico con il presidente americano per esprimere le sue preoccupazioni riguardo ai nuovi massicci attacchi, esortandolo a una de-escalation.

Le fonti riportano che i mediatori del Qatar hanno tenuto colloqui separati con il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi e con l'inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, nel tentativo di trovare una soluzione per la riapertura dello Stretto di Hormuz. La bozza di accordo, di cui si discute da giorni, prevede non solo la piena riapertura dello Stretto ma anche la fine della minaccia nucleare iraniana, condizioni che Trump ha definito come imprescindibili per un accordo finale.

La posizione di Teheran e i segnali di apertura

Dal canto suo, l'Iran, pur non avendo ancora rilasciato un commento ufficiale sull'annuncio di Trump, aveva in precedenza intimato agli Stati Uniti di evitare azioni avventate, promettendo una risposta risoluta a fronte di nuove aggressioni. Teheran aveva anche minacciato di rafforzare la chiusura dello Stretto di Hormuz e di altri stretti strategici in caso di attacco, una prospettiva che avrebbe avuto conseguenze devastanti sull'economia globale e sui mercati energetici.

Tuttavia, la richiesta di sospendere gli attacchi e l'apertura a un negoziato suggeriscono una possibile flessibilità della controparte, sebbene le condizioni poste da Trump siano estremamente gravose e difficili da accettare per il regime degli ayatollah.

Le divisioni interne al Pentagono

La decisione di Trump giunge in un contesto di profonde divisioni all'interno dell'establishment militare statunitense.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il presidente aveva ricevuto pareri contrastanti dai suoi consiglieri: da un lato, l'ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom, spingeva per una campagna aerea aggressiva di due settimane per danneggiare in modo più significativo le capacità missilistiche iraniane, dall'altro, il generale Dan Caine, capo di stato maggiore, si mostrava più cauto a causa della preoccupazione per le scorte di intercettori e missili difensivi.

Un problema, quest'ultimo, che aveva portato il Pentagono a chiedere al Senato ulteriori 70 miliardi di dollari per ripristinare gli arsenali.

Le critiche degli analisti: “Un’illusione vincere con altri raid”

L'approccio di Trump alla crisi iraniana è stato oggetto di forti critiche da parte di analisti e politologi. Richard Fontaine, a capo del Center for a New American Security, ha definito come un'illusione la possibilità di vincere la guerra con altri raid aerei, sottolineando che Teheran ha dimostrato una notevole capacità di resistenza. Fontaine ha osservato che dopo sei settimane di bombardamenti intensi, non si sono ottenuti i risultati sperati e non vi sono garanzie che ulteriori attacchi possano cambiare le cose.

Le sue analisi mettono in luce il rischio che una nuova escalation possa trascinare gli Stati Uniti in un conflitto senza una chiara via d'uscita, con il pericolo concreto che l'Iran, anche se indebolito, possa continuare a rappresentare una minaccia per gli interessi americani nella regione.

Uno Stretto conteso e l'economia globale in bilico

Al centro della crisi rimane lo Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo di vitale importanza per il trasporto del petrolio mondiale, attraverso il quale transita circa un quinto del greggio consumato a livello globale. La minaccia iraniana di chiudere lo Stretto, o anche solo di limitarne il traffico con azioni militari, è sempre stata considerata da Washington una linea rossa da non oltrepassare.

Le recenti tensioni, con l'Iran che ha effettivamente colpito navi commerciali e lanciato missili contro le forze americane nei paesi del Golfo, hanno messo a dura prova le rotte commerciali e fatto impennare i prezzi dell'energia. L'accordo prospettato da Trump, che prevede l'immediata apertura del canale, rappresenterebbe una vittoria politica per il presidente americano e un duro colpo per l'Iran, che perderebbe il suo principale strumento di pressione sull'Occidente.

Un futuro incerto

La sospensione dell'attacco è dunque una tregua, più che una pace, e il suo destino è nelle mani dei negoziatori. La richiesta di Trump di un accordo “rapido” e le sue minacce di una potenza militare senza precedenti lasciano intendere che la finestra per la diplomazia è ristretta. Se Teheran e le altre parti coinvolte non dovessero raggiungere un'intesa nei tempi stabiliti, il presidente potrebbe facilmente ritirare la sua offerta e tornare a minacciare un intervento militare.

In un conflitto segnato da continui colpi di scena e da una comunicazione pubblica spesso contraddittoria, l'unica certezza è che il futuro della regione e della stabilità energetica mondiale è più incerto che mai.

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