Il mastino Burns e il redentore McIlroy: Augusta torna a parlare di loro

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Dove eravamo rimasti un anno fa di questi giorni? All’ordalia dello spareggio finale tra McIlroy e Rose, vinto dal primo con un birdie che, a suo modo, rappresentava molto più di un semplice colpo da manuale. Rieccoci, allora. Se non proprio, quasi. Al Masters di Augusta, Rory è tornato dov’era, cioè in testa, con un eccellente giro in 67 colpi (-5) in compagnia di Sam Burns, trentenne della Louisiana che vanta già cinque vittorie sul Tour e due partecipazioni alla Ryder Cup. La perfezione, per il nordirlandese, è stata macchiata soltanto da un bogey alla seconda buca; il resto, una sequenza quasi ipnotica di sei birdie, con il tratto finale delle seconde nove da incorniciare – tre consecutivi alla 13, 14 e 15 – a ricordare perché, ancora oggi, inseguire quel grande Slam di carriera resta un’ossessione gloriosa.

Sam Burns e Rory McIlroy dettano il passo, gli inseguitori rosicchiano colpi

Sono loro due, lo statunitense e il nordirlandese, a dettare il passo dopo la prima giornata del primo major stagionale. Si sono aggiudicati la vetta provvisoria della classifica grazie a un giro identico in 67 colpi, lasciandosi alle spalle un gruppetto di inseguitori in T3 composto da Jason Day, Kurt Kitayama e Patrick Reed, tutti e tre fermi sul. Augusta National, come ogni anno, ha dimostrato non solo di versare in eccellenti condizioni – quei green veloci come vetro, quelle traiettorie che sembrano disegnate da un architetto folle – ma anche di restare uno dei veri banchi di prova del golf mondiale. Nessuna concessione, nessuna pietà: chi sbaglia linea paga pegno, e chi invece riesce a leggere quelle ondulazioni, come hanno fatto i due battistrada, si prende la scena.

L’anno scorso il putter lanciato al cielo, oggi la testa bassa e il lavoro sporco

Dodici mesi fa, McIlroy finiva lanciando al cielo il suo putter: la lunga rincorsa al grande Slam di carriera era finita, almeno per quella edizione. Ora lo ritroviamo protagonista con un’altra consapevolezza, forse più matura, di certo meno teatrale. La sua prima giornata di gioco è stata una lezione di gestione: sei birdie, un bogey, nessun tentativo di eroismo fine a se stesso. Meravigliose le sue seconde nove, con quei tre birdie consecutivi che hanno messo il pubblico in fermento. Burns, dal canto suo, ha risposto colpo su colpo, senza mai cedere il passo. Nessuno dei due ha concesso distrazioni, e il resto del field – compresi i grandi nomi come Scheffler e Schauffele, che pure restano in agguato – ha dovuto accontentarsi di osservare da una distanza rispettabile.

Il tempio del consumismo e l’esperienza mistica di Augusta

Il Masters, però, non è solo golf. Anzi, per certi versi, è anche un’esperienza mistica. Non sembri una bestemmia, ma questo angolo della Georgia è un tempio al Dio del Consumismo. Qui si compra come in pochi altri luoghi, ve lo posso assicurare: ormai non c’è nessun torneo o museo o “quelchesivoglia” che non abbia il suo shop e il suo merchandising. Le magliette, i cappellini, i fermaporta con il logo del green jacket: tutto viene sacralizzato, venduto, indossato. Eppure, in mezzo a quella bolgia di banconote e carrelli da golf elettrici, il golf resiste come rito laico. McIlroy e Burns, ieri, hanno officiato meglio di altri. Il resto del week-end dirà se la liturgia reggerà o se, come capita a volte in questo sport crudele, il dio del commercio farà dimenticare in fretta chi era salito sull’altare.

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