La mamma di Andrea: “Per mio figlio l’elisoccorso non c’era, è una follia”
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Redazione Interno
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Si è aperto a Genova, davanti al tribunale, il processo sulla morte di Andrea Demattei, il quattordicenne che il 12 gennaio del 2023 perse la vita dopo essere rimasto incastrato con la canoa nel fiume Entella, tra Chiavari e Lavagna. L’udienza, che segna l’inizio del dibattimento per otto imputati – sei vigili del fuoco e due istruttori della scuola di canottaggio – è stata preceduta da un doppio presidio. Da un lato i familiari, gli amici e i sostenitori del Comitato per Andrea, dall’altro circa un centinaio di vigili del fuoco, giunti in silenzio e senza divisa per esprimere solidarietà ai colleghi finiti sotto accusa. La tensione, come immaginabile, era palpabile, e le due manifestazioni, seppur distinte, hanno rappresentato visivamente il dramma di una vicenda giudiziaria che cerca di stabilire, a distanza di tre anni, cosa non abbia funzionato in quella catena di soccorsi.
Il nodo dei soccorsi e le contestazioni della procura
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, coordinati dal pubblico ministero Francesco Cardona Albini, la morte del ragazzo – il cui, come accertato da una perizia, cedette per ipotermia dopo una permanenza prolungata nell’acqua gelida – non era inevitabile. Andrea rimase incastrato con l’imbarcazione sotto un tronco, in prossimità di un pilone del ponte, e per oltre un’ora i tentativi di liberarlo si susseguirono senza esito. La procura contesta ai vigili del fuoco, tra cui alcuni sommozzatori, di aver compiuto manovre scorrette e di aver sottovalutato il rischio ipotermia, un pericolo definito “lapalissiano” dalla stessa giudice che in fase preliminare ha invece prosciolto i due medici del 118, ritenendo corretto il loro operato a terra. Agli istruttori, invece, si contesta di aver portato i ragazzi in un tratto di fiume reso pericoloso dalla presenza di ostacoli e da una piena nei giorni precedenti, nonché di non aver garantito un equipaggiamento adeguato alle rigide temperature di gennaio.
La disperazione della famiglia e le immagini in aula
Durante la prima udienza, che si è svolta davanti alla giudice Paola Faggioni, sono stati proiettati i video dei soccorsi. Filmati drammatici, quelli girati quel pomeriggio, che mostrano la lentezza con cui si svolsero le operazioni e il dispiegamento di uomini e mezzi che, agli occhi dei familiari, non riuscì a essere efficace. Monica Stagnaro, la madre di Andrea, presente in aula, ha rilasciato dichiarazioni durissime ai cronisti presenti, sottolineando l’inaccettabilità che un ragazzo possa morire in ottanta centimetri d’acqua, in pieno giorno e in un centro abitato, circondato da soccorritori. “Andrea credeva di essere salvato”, ha detto, “ha resistito per più di un’ora ed è morto di freddo”. La donna, che si è costituita parte civile con i legali Rachele De Stefanis, Giuseppe Pugliese e Fabio Sommovigo, ha parlato di una rabbia che non si placa, ma anche di una fiducia nell’operato del tribunale perché vengano accertate tutte le responsabilità.
La protesta silenziosa dei pompieri e la questione delle procedure
Di fronte al palazzo di giustizia, i colleghi dei sei vigili del fuoco imputati hanno voluto mostrare vicinanza, pur nel rispetto del dolore della famiglia. Luca Infantino, segretario della Funzione Pubblica Cgil e vigile del fuoco, ha spiegato che la loro non è una richiesta di eludere eventuali responsabilità, ma una denuncia sull’assenza di tutele per chi, svolgendo il proprio dovere, si ritrova imputato e deve sostenere ingenti spese legali. Una raccolta fondi tra colleghi ha permesso di racimolare circa sessantamila euro, una somma che da sola testimonia la precarietà in cui molti si trovano ad affrontare un processo.
Il dibattimento, però, ha messo in luce anche un altro aspetto, sollevato con forza dal Comitato per Andrea: il peso di protocolli e procedure operative standard, le cosiddette POS, che all’epoca regolavano l’intervento. Norme rigide, secondo il comitato, che invece di facilitare il salvataggio lo hanno ingessato. Alcune persone presenti sulla riva, quella mattina, si sarebbero offerte di creare una catena umana o di tagliare la canoa, ma furono tenute a distanza. I soccorritori, vincolati da disposizioni che prevedevano l’uso di determinati mezzi e tute specifiche, attesero l’arrivo di un’autogru e di sommozzatori da La Spezia, in un susseguirsi di decisioni che, per l’accusa, finirono per allungare i tempi oltre ogni limite consentito dalla sopravvivenza del ragazzo. Dopo la tragedia, le POS sono state sostituite da linee guida più flessibili, ma per i genitori di Andrea quella modifica è la conferma che qualcosa, quel giorno, non andò per il verso giusto a causa di un sistema burocratico che, nelle emergenze reali, può trasformarsi in una trappola mortale.




