Almasri, denuncia alla Corte dell’Aja contro il governo italiano: il caso e le reazioni

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Un rifugiato sudanese ha presentato una denuncia – formalmente definita come “comunicazione” – alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, accusando il governo italiano di aver ostacolato la giustizia internazionale nel caso di Osama Almasri, un libico noto per crimini efferati, tra cui torture e violenze su minori. La vicenda, riportata per prima dal quotidiano Avvenire, ha immediatamente sollevato polemiche e interrogativi, anche se fonti governative hanno smentito l’apertura di qualsiasi procedimento formale da parte della Cpi.

Secondo quanto riferito da Palazzo Chigi, il procuratore della Cpi non ha ancora inviato ufficialmente la denuncia né ai giudici né al registrar, limitandosi a ricevere una mail inviata dal rifugiato sudanese all’indirizzo dedicato dell’ufficio del procuratore. “Ad oggi non esiste alcun procedimento aperto contro l’Italia”, hanno precisato le stesse fonti, sottolineando che la comunicazione non equivale a un’indagine formale. Tuttavia, la notizia ha già scatenato reazioni politiche, con il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte che ha accusato il governo di aver “sottratto alla giustizia internazionale un criminale” su cui pendeva un mandato di arresto.

Conte, intervenuto a margine di un incontro con i lavoratori della Dema in protesta davanti al Mimit, ha criticato duramente l’esecutivo, sostenendo che il ministro della Giustizia Carlo Nordio avrebbe dovuto limitarsi a dare seguito al mandato di arresto internazionale. “Il governo italiano si è reso responsabile di aver protetto un boia, uno stupratore di bambini”, ha affermato, senza mezzi termini, il leader pentastellato.

La vicenda di Almasri, già al centro di inchieste giornalistiche e dibattiti politici, riapre ferite mai del tutto sanate riguardo alla collaborazione internazionale nella lotta ai crimini di guerra e contro l’umanità. Il caso, che risale a diversi anni fa, vedeva il libico ricercato per atrocità commesse durante il regime di Gheddafi, con accuse che includevano torture sistematiche e violenze sessuali su minori. La mancata estradizione, secondo quanto emerge dalle accuse, sarebbe stata favorita da presunti accordi tra Italia e Libia, finalizzati a contrastare i flussi migratori.

Nonostante le smentite del governo, che ribadisce l’assenza di indagini formali, la denuncia alla Cpi rappresenta un ulteriore capitolo in una storia già complessa e controversa. La mail inviata dal rifugiato sudanese, seppur non ancora formalizzata in un atto giudiziario, potrebbe aprire la strada a ulteriori sviluppi, soprattutto in un contesto internazionale sempre più attento ai crimini di guerra e alle violazioni dei diritti umani.

Intanto, il Partito Democratico, che inizialmente aveva interpretato la notizia come l’apertura di un’indagine formale, è stato costretto a fare marcia indietro dopo le precisazioni governative. Una figuraccia, come è stata definita da alcuni osservatori, che rischia di offuscare ulteriormente il dibattito politico su un tema già delicato e carico di implicazioni etiche e giuridiche.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.