Gennaro Gattuso e la missione impossibile di Zenica: il calcio italiano tra presente precario e futuro da scrivere
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Redazione Sport
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Si chiama Gennaro Gattuso l’uomo al quale il nostro Paese, suo malgrado, ha affidato il futuro del sistema calcio. Ce ne sarebbero anche altri, naturalmente, figure dirigenziali il cui bilancio – a guardarlo con attenzione – è negativo da parecchio, ma lui è quello che ci mette la faccia. Il calcio da noi non è solo palloni, divise fluorescenti e striscioni allo stadio: è un’industria che muove lavoro, investimenti e quella famosa “immagine” che oggi, chissà perché, sembra avere più valore persino dei risultati sul campo. E domani sera, nel catino ghiacciato di Zenica, quella stessa immagine si giocherà tutto in una singola partita: il playoff decisivo contro la Bosnia, ultimo ostacolo verso il Mondiale che si terrà tra Stati Uniti, Canada e Messico nel prossimo mese di giugno.
La vigilia tra neve, sospetti e uno stadio ridotto per sanzione
La neve caduta in queste ore su Zenica ha reso ancor più impervio il compito per l’Italia di Gattuso. Il campo dello Stadion Bilino Polje, impianto storico ma dalle dimensioni contenute con i suoi circa quindicimila posti, è stato ricoperto da una fitta coltre bianca a cui si aggiungeranno, stando alle previsioni, intense piogge. Le condizioni meteo hanno spinto la Figc a un cambio di programma: niente rifinitura in loco, ultimo allenamento a Coverciano, partenza per Sarajevo rimandata al tardo pomeriggio di lunedì. Un’ulteriore difficoltà logistica, certo, ma anche una scelta dettata dalla necessità di preservare un terreno di gioco che, già di per sé, sarà pesante e probabilmente insidioso.
C’è poi un altro elemento, più sottile, che aleggia intorno alla vigilia. La FIGC, secondo quanto emerge, ha messo in atto un pressing serrato sull’UEFA: il sospetto che la federazione bosniaca possa tentare qualche “furbata” – come spesso accade in questi contesti – è concreto, e gli osservatori italiani stanno marcando stretto ogni dettaglio logistico. Dall’altra parte, la federazione bosniaca rassicura, sottolineando anzi un fatto inedito per la storia del Paese: per la prima volta sono stati utilizzati dei riscaldatori per rimuovere la neve dal manto erboso.
Lo stadio, va detto, non sarà comunque pieno. Una sanzione della Fifa, comminata dopo i disordini verificatisi durante la gara con la Romania (episodi di discriminazione, uso di fumogeni e caos sugli spalti), ha imposto la chiusura di una parte della tribuna Sud e delle prime tre file della tribuna Ovest. Un taglio del venti per cento della capienza: quindi circa novemila spettatori, o forse meno. Un “fortino” meno affollato del previsto, ma non per questo meno ostile.
L’ostacolo Dzeko e il peso di un arbitro dal passato ingombrante
Sul fronte opposto, la Bosnia di Sergej Barbarez può contare su una vecchia conoscenza del calcio italiano: Edin Dzeko. L’attaccante, che a quarant’anni dimostra ancora una lucidità e un peso specifico impressionanti, ha già fatto male al Galles nel turno precedente, segnando il gol dell’1-1 che ha portato la sua squadra ai rigori. Intorno a lui, giovani come il diciottenne Kerim Alajbegovic (che quel rigore decisivo l’ha realizzato) rappresentano la linfa di una nazionale che gioca con il coltello tra i denti, forte dell’entusiasmo di un intero Paese.
E mentre gli azzurri cercano di scaldare i muscoli tra Firenze e la partenza per la Bosnia, un altro nome agita gli animi: quello dell’arbitro francese Clément Turpin. La UEFA lo ha designato per dirigere la finale, e il suo nome riporta immediatamente alla mente un ricordo che è meglio dimenticare. Fu lui, quattro anni fa, a fischiare Italia-Macedonia del Nord, quella semifinale playoff che segnò una delle eliminazioni più dolorose della storia recente. Non ci furono episodi arbitrali contestati, è vero, ma la semplice presenza del fischietto transalpino riapre un collegamento emotivo con quella notte amara. Ad assisterlo, una squadra quasi interamente francese: gli assistenti Nicolas Danos e Benjamin Pages, il Var Jérôme Brisard; unico non francese sarà il quarto ufficiale, lo spagnolo José María Sánchez.
L’assetto tattico di Gattuso e i segnali di una vigilia tesa
Gattuso, che la sfida contro l’Irlanda del Nord l’ha vinta con un 2-0 figlio dei gol di Tonali e Kean, sembra intenzionato a confermare la coppia d’attacco che ha funzionato a Bergamo. Durante l’ultima seduta a Coverciano, visibile ai media per i primi quindici minuti, il tecnico ha schierato insieme Moise Kean e Mateo Retegui in una partitella su campo ridotto; Pio Esposito, che era subentrato bene venerdì scorso, è pronto a entrare nella mischia. Per Gianluca Scamacca, invece, giornata di lavoro differenziato: presente in gruppo ma poi a parte con un membro dello staff. Un indizio, questo, che porta a pensare a un impiego dal primo minuto per la coppia che ha già dato buone garanzie.
La tensione, del resto, è palpabile. Un video ha mostrato alcuni azzurri, tra cui Federico Dimarco, esultare con pugni chiusi dopo il rigore che ha qualificato la Bosnia (eliminando così il Galles, avversario teoricamente più abbordabile). Un gesto che ha scatenato le reazioni di chi, come Miralem Pjanic, ha ricordato che “la Bosnia li aspetta a braccia aperte”. Lo stesso Dimarco, chiamato a fare chiarezza, ha sottolineato come non ci fosse alcuna intenzione di mancare di rispetto, aggiungendo che “non c’è motivo di essere arroganti, abbiamo saltato gli ultimi due Mondiali”. Un passaggio, quest’ultimo, che dice tutto sul peso psicologico che grava su questa squadra.




