Il salto della diciottenne Tabanelli dal crociato rotto: «O adesso o mai più» e per l’Italia arrivò il bronzo

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un momento, nella vita di un’atleta, in cui la razionalità lascia il posto all’istinto e il calcolo delle probabilità si infrange contro la volontà pura. Per Flora Tabanelli, diciotto anni compiuti da pochi mesi, quel momento è coinciso con l’ultima discesa dal trampolino di Livigno, sotto una bufera che avrebbe consigliato a chiunque un approccio più cauto. «O adesso o mai più», si sarà detta la ragazza cresciuta a milleduecento metri di quota, nel silenzio dell’Appennino modenese, prima di lanciarsi in un 1620 double, un triplo salto carpiato con due avvitamenti che nella sua testa — come avrebbe poi raccontato — era più un ricordo sbiadito che una certezza tecnica. L’aveva provato due volte l’anno scorso, ed entrambe le volte era finita male. Ma la finale olimpica non aspetta, e il ginocchio destro, quello con il crociato lesionato lo scorso novembre durante un allenamento a Stubai, in Austria, reggeva grazie a un tutore in titanio che lei stessa ha definito «fastidioso, perché entra nello scarpone e non mi fa sentire a mio agio». Eppure, da quel disagio e da quell’incertezza, è nato il salto più pulito della sua carriera: 94,25 punti, il miglior punteggio singolo dell’intera finale femminile di big air, quello che le è valso il bronzo e un posto nella storia dello sport italiano. Perché nessuna, prima di lei, aveva mai portato una medaglia olimpica nel freestyle tricolore.

L’infanzia sospesa tra le nuvole dell’Appennino

Per capire Flora Tabanelli, però, non bastano i numeri e le acrobazie. Bisogna salire più su, verso il rifugio Lago Scaffaiolo che i genitori Antonio e Lucia gestiscono da anni, a milleottocento metri, in un luogo dove il cellulare non prende e la televisione è un oggetto estraneo. Lì, lei e i fratelli Miro — anche lui azzurro del freestyle, in gara nella stessa disciplina — e Irene, oggi istruttrice, hanno imparato cosa significhi convivere con la fatica e il silenzio. Venti minuti di cammino per andare a scuola, la seggiovia come mezzo di trasporto ordinario, le bufere invernali che isolano e che, paradossalmente, hanno fatto da palestra per quella tempesta di neve che domenica ha accompagnato il suo podio. «È stata la migliore infanzia che si potesse avere», ha raccontato Flora, con quella timidezza che ancora la contraddistingue quando non ha gli sci ai piedi. Dal padre, che ha fatto l’acrobata al circo e oggi lavora come grafico, ha ereditato non solo la passione per il volo e le rotazioni, ma anche quella per il disegno: frequenta l’istituto d’arte, e spesso paragona la scelta di una linea su un foglio a quella di una traiettoria in aria. «In entrambi i casi — ha spiegato — si sceglie la propria strada».

Centodue giorni per riscrivere il destino

Il dato che più colpisce, nella cronaca di questa impresa, è il tempo trascorso dall’infortunio alla medaglia: centodue giorni. Il sei novembre, Flora Tabanelli si è lesionata il legamento crociato anteriore del ginocchio destro. Per molti atleti, sarebbe stata la parola fine sulla stagione e sui sogni olimpici. Lei, invece, insieme allo staff medico del J Medical, ha optato per una terapia conservativa, rimandando l’operazione a dopo i Giochi. Un azzardo calcolato, certo, ma anche una scommessa sulla propria capacità di sopportare il dolore e di adattarsi a un ginocchio «che comunque è rotto», come ha avuto modo di dire al termine della gara. In finale, il tutore di titanio le ha permesso di controllare l’articolazione, ma non di dimenticare la lesione. E forse è proprio questa consapevolezza del limite a rendere ancora più straordinario il risultato: nonostante il fastidio, nonostante la paura di un secondo infortunio, Flora ha aspettato l’ultima run per giocarsi il tutto per tutto. Era sesta dopo le prime due discese, con un punteggio che la teneva in scia ma non sul podio. Poi quel 1620 double, atterrato con una precisione che ha fatto esplodere il pubblico di Livigno, l’ha proiettata al terzo posto, alle spalle della canadese Megan Oldham e della sua idola, la cinese Eileen Gu, che a Pechino 2022 aveva vinto l’oro nella stessa specialità.

La scoperta di un talento che non si ferma

Flora Tabanelli non è nuova a questi exploit, se si guarda al suo palmarès giovanile: due ori ai Mondiali juniores, due ori ai Giochi Olimpici Giovanili di Gangwon, la Coppa del Mondo generale e quella di big air vinte nel 2025, gli X Games di Aspen, il Titolo iridato in Engadina. Ma l’Olimpiade è un’altra cosa, soprattutto quando la gareggi in casa e quando il ginocchio tiene insieme con la forza di volontà. La sua gara, posticipata a causa delle condizioni meteo avverse, è stata un crescendo di tensione e bellezza: il double 1440 pulitissimo della prima run, la conferma nella seconda, e infine il colpo di teatro finale. «Non ricordavo nulla di quel salto — ha ammesso con onestà — ma volevo farlo. Se andava bene, andava bene; se no, sarei stata comunque contenta». Invece è andata bene, e quel pezzo di bronzo che ora accarezza come una bambina farebbe con una bambola vale per lei più di qualsiasi oro. Almeno fino all’operazione di marzo, fino al prossimo salto, fino alla prossima sfida. Perché nell’Appennino l’hanno abituata così: alla fatica, al silenzio, e alla consapevolezza che la montagna, come lo sport, non regala niente. Te lo devi prendere.

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