La medaglia di bronzo di Flora Tabanelli e quel rifugio storico dell’Appennino modenese che le ha fatto da culla
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Redazione Sport
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C’è un filo sottile, ma resistente come le corde di un alpinista, che lega la medaglia di bronzo conquistata ieri sera a Livigno da Flora Tabanelli — una gara di big air disputata sotto una fitta nevicata che sembrava voler mettere alla prova la tenacia di tutte le finaliste — a un luogo suggestivo e remoto dell’Appennino modenese, quel Rifugio Duca degli Abruzzi al Lago Scaffaiolo che i suoi genitori, Lucia e Antonio, gestiscono da anni. Non è solo una coincidenza geografica, perché è proprio lassù, a duemila metri, circondata dai sentieri del Corno alle Scale e dalle sue piste, che la diciottenne nata a Bologna il 20 novembre del 2007 ha mosso i primi passi sugli sci all’età di due anni, innamorandosi di quella neve che oggi l’ha portata sul palcoscenico più importante dello sport mondiale. Quella struttura, inaugurata nel lontano 1878 e più volte ricostruita ma sempre fedele alla sua anima di avamposto per escursionisti e sciatori, rappresenta il più antico rifugio dell’intero arco appenninico e ha fatto da sfondo a un’infanzia vissuta lontano dalla frenesia dei dispositivi elettronici, senza televisione né smartphone, un dettaglio che forse spiega la lucidità e la determinazione dimostrate dalla giovane atleta nel momento clou della sua carriera.
La lunga rincorsa dopo quei 102 giorni di paura e speranza iniziati a novembre
Il 6 novembre del 2025, in Austria durante un allenamento a Stubai, Flora Tabanelli aveva riportato una lesione al legamento crociato anteriore del ginocchio destro, un infortunio che per qualsiasi sportivo, e a maggior ragione per una freestyler che basa la sua intera performance su salti e atterraggi di precisione, rappresenta spesso una sentenza di fine stagione se non addirittura un ostacolo insormontabile in vista di appuntamenti cruciali come i Giochi di Milano Cortina. E invece no, perché la scelta coraggiosa — e in qualche modo controcorrente — di optare per una terapia conservativa anziché procedere subito con l’intervento chirurgico, seguita da un intenso lavoro riabilitativo presso il J-Medical di Torino, le ha permesso di presentarsi al via con un tutore in carbonio e con la consapevolezza di dover dosare ogni sforzo. Federica Brignone, che proprio in quella struttura stava seguendo il suo percorso di recupero, è diventata un punto di riferimento quotidiano, un’ispirazione costante con cui condividere non solo gli esercizi ma anche le paure e le piccole vittorie giornaliere, tanto che la stessa Tabanelli ha voluto pubblicamente ringraziarla per il supporto ricevuto.
Quel salto finale da 94,25 punti che ha riscritto la storia del freestyle italiano
La finale di Livigno, slittata di oltre un’ora a causa delle condizioni meteorologiche avverse, ha visto la diciottenne azzurra affrontare la gara con la determinazione di chi non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare, consapevole del fatto che essere lì, semplicemente, rappresentava già una vittoria personale dopo i mesi di incertezza e dolore. Nelle prime due run aveva mantenuto una posizione di rincalzo, osservando le prestazioni delle avversarie, la canadese Megan Oldham — poi vincitrice dell’oro con 180,75 punti — e la fortissima cinese Eileen Gu, campionessa olimpica in carica e icona mondiale della disciplina, che si è dovuta accontentare dell’argento. Poi, nell’ultima discesa, la scelta coraggiosa di eseguire un doppio 1600, un salto che non aveva più provato dall’aprile precedente e che comportava un rischio altissimo considerando le condizioni del ginocchio e la pressione del momento, un azzardo calcolato che le ha regalato il miglior punteggio di tutta la finale sulla singola run, 94,25 punti, sufficienti per portare il totale a 178,25 e garantirsi il bronzo.
I complimenti di Tomba e quella dedica speciale al fratello Miro, compagno di avventure
Quando la medaglia le è stata messa al collo, Flora Tabanelli ha ricevuto una valanga di messaggi, tra cui spicca quello di Alberto Tomba, un mito assoluto per la giovane freestyler che da bambina guardava i video delle sue gesta e che addirittura, in tempi non sospetti, era solito frequentare il rifugio di famiglia in Appennino, un aneddoto che lei stessa ha raccontato con l’entusiasmo di chi non dimentica le proprie radici. Il pensiero, però, è andato subito a Miro, il fratello maggiore classe 2004 che gareggia nella stessa disciplina e che non è riuscito a qualificarsi per la finale dello slopestyle, ma che ha rappresentato per lei la scintilla iniziale, colui che l’ha convinta ad abbandonare lo sci alpino e lo snowboard per dedicarsi al freestyle portandola fuori a provare i primi salti. "Metà della medaglia è sua", ha dichiarato Flora, e non è difficile crederle considerando il legame strettissimo che unisce i due fratelli, cresciuti insieme in quel contesto familiare dove anche Irene, la sorella maggiore, ha lasciato un’impronta importante trasmettendo la passione per l’arte e per il disegno, attività che Flora continua a coltivare nei momenti di pausa insieme al pianoforte e all’uncinetto.




