Sciopero internazionale nei porti: i lavoratori fermano le armi e gridano "no alla guerra"
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Redazione Interno
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Il grido “I portuali non lavorano per la guerra”, che ha riecheggiato venerdì dalle gru e dai moli di Genova, ha trovato immediata eco in una vasta geografia marittima, tracciando una linea di protesta che da Tangeri giunge fino a Mersin, e che tocca, tra gli altri, i porti di Bilbao, del Pireo e della stessa Ancona. L’iniziativa, promossa dal Calp in una giornata di azione congiunta, ha visto l’adesione di organizzazioni sindacali come l’italiana Usb, la greca Enedep, la basca Lab e altre ancora, le quali hanno coordinato uno sciopero che, con l’obiettivo dichiarato di bloccare le navi cariche di armamenti, ha coinvolto approdi fondamentali per i traffici nel Mediterraneo e in Europa. L’azione, che si è articolata tra astensione dal lavoro e cortei, ha inteso opporsi in modo netto all’economia di guerra, i cui effetti – come denunciato dagli stessi organizzatori – ricadono pesantemente sui salari, sulle pensioni e sulle condizioni di sicurezza dei lavoratori.
La mobilitazione italiana e le voci dalla protesta
In Italia, dove a scendere in campo è stata principalmente l’Usb, la mobilitazione ha assunto toni particolarmente accesi ad Ancona, città nella quale i portuali hanno dato vita al collettivo Upad. “Siamo qui a ribadire che i portuali sono contro la guerra”, ha urlato Andrea Bellelli, sottolineando come la risposta della città sia andata oltre le aspettative. Le rivendicazioni, del resto, non si limitano alla sola dimensione internazionale, ma affondano le radici in problematiche quotidiane e nazionali: “La sanità è al collasso”, ha proseguito il portavoce, “anche la scuola. Noi rivendichiamo il lavoro usurante ma ci rispondono che i soldi non ci sono”. Una contraddizione, questa, che alimenta la determinazione di una categoria conscia del proprio potere di interdizione, come dimostra lo sciopero stesso, capace di paralizzare i flussi commerciali.
Un impegno mantenuto e la solidarietà in piazza
La promessa, lanciata già lo scorso 30 agosto, di arrivare a uno sciopero internazionale è stata dunque mantenuta, portando all’effettivo blocco di numerose unità navali. “Oggi è stata una giornata importante”, hanno dichiarato i portuali genovesi, “tra i 25 e i 30 porti sono stati interessati a questa mobilitazione”. A Genova, intanto, il corteo partito dall’area portuale ha visto sfilare oltre settecento persone tra attivisti dei centri sociali delle Marche e rappresentanti di associazioni, i quali, al grido di “Siamo tutti portuali” e “Il porto che resiste”, hanno manifestato una chiara solidarietà. La città, in quella sera di protesta, si è trovata divisa in due, con lo scalo storico blindato e sigillato dai varchi che da Chio conducono alla Casa del Capitano, mentre la piazza mostrava il suo sostegno a chi opera sui moli.
Una protesta che unisce il locale al globale
La giornata del 6 febbraio ha quindi delineato un quadro di forte coesione tra diverse realtà portuali, accomunate dalla volontà di sottrarre i luoghi di lavoro a qualsiasi coinvolgimento bellico. L’azione, che ha unito rivendicazioni di carattere generale – come la richiesta di pace – a istanze specifiche e contingenti – quali il riconoscimento dell’usura professionale –, dimostra come la protesta sappia coniugare la dimensione globale con le battaglie locali. Senza clamori inutili, ma con la ferma determinazione di chi, attraverso l’esercizio di un diritto fondamentale come quello di sciopero, intende incidere sulle rotte della politica e dell’economia, i lavoratori del mare hanno lanciato un segnale inequivocabile, la cui eco, certamente, non si esaurirà con il termine della mobilitazione.




