Guerra in Iran, l’analisi degli scenari economici tra petrolio, inflazione e le mosse di Putin per ridisegnare i mercati energetici
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Redazione Economia
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Non era un segreto che la tensione latente nel Golfo Persico, fatta di stalli diplomatici e muscoli mostrati, potesse degenerare. Ma ciò che si è materializzato nelle ultime ore va oltre la semplice escalation: l’uccisione della leadership iraniana, con la morte del leader supremo Ali Khamenei e di altri alti funzionari nei primi attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, ha aperto una fase di instabilità totale, gettando l’intera regione e con essa l’economia globale in una dimensione di rischio fino a ieri solo teorizzata. Il regime di Teheran, colpito al cuore e costretto a lottare per la propria sopravvivenza, ha già reagito, e la risposta, fatta di droni e missili che hanno preso di mira non solo Israele ma anche asset statunitensi in paesi del Golfo come Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, ha di fatto chiuso i giochi su qualsiasi ipotesi di de-escalation rapida. In questo quadro di fiamme e incertezza, gli analisti provano a tracciare i confini di un disastro annunciato, delineando scenari che vanno dall’impennata dei prezzi dell’oro nero fino allo spettro di una recessione globale. Tra i pochi a muoversi con lucidità in questa partita a scacchi, sfruttando il caos, c’è Vladimir Putin.
I tre scenari di Junius e il nodo Hormuz
A fornire una bussola per orientarsi nel labirinto delle variabili in gioco è Karsten Junius, Chief Economist di J. Safra Sarasin, che ha provato a condensare la complessità in tre possibili sviluppi. Tutti, inevitabilmente, ruotano attorno al destino dello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e gran parte del gas liquefatto. Al momento, la via d’acqua è di fatto chiusa: l’annuncio delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, che hanno minacciato di colpire qualsiasi nave transiti nelle vicinanze, ha di fatto bloccato il passaggio delle petroliere, con conseguenze immediate sui prezzi del greggio, schizzati oltre gli 80 dollari al barile, e un’impennata della volatilità sui mercati azionari globali, con l’S&P 500 che ha accusato il colpo. Le compagnie di assicurazione, dal canto loro, hanno ritirato la copertura per le navi in transito, aggravando ulteriormente la paralisi commerciale.
Nel primo scenario, quello di un conflitto breve e circoscritto, l’impatto potrebbe essere assorbito dai mercati, sebbene con una fiammata inflazionistica temporanea. Ma è sugli scenari peggiori che si concentrano le preoccupazioni. Se la durata della guerra si prolungasse, con attacchi reciproci che continuano a danneggiare infrastrutture critiche come già accaduto per il terminal di Ras Tanura in Arabia Saudita e per gli impianti di liquefazione del Qatar, l’effetto sui costi energetici diventerebbe strutturale, alimentando un’inflazione già di per sé vischiosa e costringendo le banche centrali a rivedere i piani di riduzione dei tassi. Lo scenario più cupo, quello di una chiusura prolungata di Hormuz per settimane o mesi, porterebbe dritti verso una recessione globale. L’economista Mohamed El-Erian parla chiaramente di rischio “stagflattivo”, quel mix micidiale di stagnazione economica e inflazione che metterebbe le banche centrali, Fed in primis, con le spalle al muro, impossibilitate a intervenire efficacemente.
L’agroalimentare italiano e i timori di un nuovo shock dei costi
Le ripercussioni di questa crisi bellica non si fermano ai titoli dei listini azionari o al prezzo della benzina, ma penetrano in profondità nel tessuto produttivo di paesi come l’Italia, dove l’allarme è già stato lanciato con forza. Durante l’assemblea di Coldiretti a Napoli, che ha visto la partecipazione di cinquemila soci, il segretario generale Vincenzo Gesmundo ha dipinto un quadro a tinte fosche per il settore agricolo e l’intera filiera agroalimentare. Il timore, ha spiegato, è che si ripeta quanto già visto con il conflitto russo-ucraino: un’esplosione dei costi di produzione, a partire da quelli energetici e dei fertilizzanti, che dopo quattro anni non sono più rientrati e che oggi si trovano rispettivamente a +66% e +49% rispetto al periodo pre-bellico.
Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, aveva già sottolineato come questo ulteriore conflitto rischi di far esplodere i costi di gestione per tutta la filiera, chiedendo interventi tempestivi a livello comunitario per sostenere le imprese agricole. Il pericolo concreto è che l’aumento dei costi di trasporto e delle materie prime, dovuto alla chiusura delle rotte e all’incertezza geopolitica, si traduca in una nuova stangata per le famiglie italiane e in un ulteriore aggravio per gli agricoltori, già alle prese con la concorrenza sleale di prodotti importati che sfruttano normative doganali per spacciarsi come italiani. La guerra in Iran, insomma, rischia di essere la miccia che accende una bomba sociale ed economica pronta da tempo.
La diplomazia del greggio: le telefonate di Putin e il riposizionamento russo
In questo scenario di fuoco, c’è chi osserva e si muove con la precisione di un orologiaio. Vladimir Putin non ha perso tempo e, nel giro di poche ore, ha imbracciato il telefono per parlare con gli uomini che contano nei corridoi del potere energetico mondiale. In una sola giornata, il presidente russo ha contattato il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman, l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al-Thani, quello degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al-Nahyan e il re del Bahrein Hamad bin Isa Al-Khalifa. Sono proprio i leader dei paesi che contano nell’Opec e che, alla vigilia degli attacchi, avevano concordato un modesto aumento della produzione di greggio, un incremento che ora, con Hormuz chiusa, appare del tutto irrilevante.
L’agenda di Putin, in queste conversazioni, è chiara: proporsi come il Grande Pacificatore, come l’unico attore in grado di stabilizzare una regione in fiamme. Durante i colloqui, il Cremlino ha ribadito la disponibilità a usare “tutti i mezzi disponibili” per calmare le acque, raccogliendo anche l’interesse dei suoi interlocutori, con il principe saudita che ha riconosciuto alla Russia un potenziale ruolo stabilizzatore. Ma dietro la facciata della diplomazia, si cela un calcolo cinico e spietato. Ogni barile di petrolio iraniano che non esce da Hormuz è un’opportunità per la Russia di Putin, che vede i suoi introiti energetici rafforzarsi e la sua influenza geopolitica crescere alle spalle del caos generato dall’offensiva americana e israeliana. Mentre gli Stati Uniti, con Trump che giustifica l’attacco come azione preventiva contro un imminente attacco iraniano, si trovano invischiati in un nuovo pantano mediorientale senza una chiara strategia di uscita, la Russia si prepara a raccogliere i frutti di una crisi che lei stessa, per ora, si limita ad alimentare con la diplomazia.




