…che Dio perdona a tutti, il nuovo film di Pif con Giusy Buscemi, dal 2 aprile al cinema
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Dal romanzo omonimo del 2018 – che già allora aveva suscitato un certo interesse per il suo tono irriverente ma mai blasfemo – Pif, pseudonimo di Pierfrancesco Diliberto, classe 1972, ha tratto il suo quarto lungometraggio, intitolato “…che Dio perdona a tutti”. Il regista e attore, tornato a girare nella natìa Palermo dopo esperienze cinematografiche diversamente orientate, ha scelto questa volta di mettere davanti alla sua lente – abitualmente ironica e insieme partecipe – il tema della religione, affrontandolo senza sarcasmo gratuito ma piuttosto con quella leggerezza pensosa che già gli era valsa consensi in passato. La pellicola, una produzione Our Films e Piperfilm, arriva nelle sale giovedì 2 aprile, distribuita da PiperFilm, e si annuncia come una delle commedie nazionali più attese della primavera.
Un incontro papale e una sceneggiatura a quattro mani
L’ispirazione profonda del film, ha più volte raccontato lo stesso Diliberto, nasce da un incontro privato con Papa Francesco; un faccia a faccia che gli ha lasciato il desiderio di raccontare la fede non come dogma ma come territorio umano, contraddittorio, a tratti persino comico. La sceneggiatura è firmata da Pif insieme a Michele Astori, e nel costruire la storia i due hanno evitato tanto la parabola edificante quanto la satira distruttiva. Il risultato, a giudicare dalle anteprime, è una commedia degli errori spirituali dove il sacro e il profano si toccano senza mai scadere nel grottesco. Del resto, l’intero impianto narrativo ruota attorno a Arturo, agente immobiliare cinquantenne di Palermo, la cui vita ordinaria e un po’ grigia verrà sconvolta da una serie di equivoci a sfondo religioso.
Giusy Buscemi protagonista accanto a Francesco Scianna
A dare volto e sostanza a questa storia ci pensa un cast solido, guidato da Giusy Buscemi, attrice siciliana che il grande pubblico ha imparato a conoscere grazie a fiction di successo quali “Vanina”, “I Medici” e “Il paradiso delle signore”. Accanto a lei, Francesco Scianna completa un trio di interpreti capaci di reggere il peso di una narrazione che alterna dialoghi serrati a momenti di silenziosa riflessione. Proprio la Buscemi, intervistata insieme a Pif a “Deejay Chiama Italia”, ha raccontato come la preparazione al ruolo l’abbia portata a confrontarsi con domande inaspettate sulla propria idea di perdono e di colpa. E in un’altra occasione, a Radio Monte Carlo, i due hanno ricordato una scena clou – quella dei trentacinque bignè – che sembra destinata a diventare uno dei momenti più citati del film.
Palermo come protagonista silenziosa e la religione sotto esame
Palermo, in “…che Dio perdona a tutti”, non è solo sfondo ma vero e proprio personaggio: le sue strade, le sue chiese barocche, l’odore del mare mescolato a quello dei mercati storici restituiscono un’atmosfera che Pif conosce bene e che riesce a raccontare senza nostalgia oleografica. La religione, oggetto dichiarato dell’indagine cinematografica, viene osservata da diverse angolature: c’è il rito, certo, ma anche il dubbio, la pratica abitudinaria e l’istante folgorante in cui un credente – o un non credente – si sente chiamato in causa. Il regista evita però qualsiasi predica: lascia che siano gli equivoci, le gag e i silenzi dei personaggi a parlare. E in questo senso il film, pur essendo una commedia, non rinuncia a una certa profondità di sguardo, restando sempre ancorato ai fatti narrati e alle dinamiche relazionali tra i protagonisti.
Un quarto film che conferma una cifra autoriale precisa
Dopo l’esordio con “La mafia uccide solo d’estate” – che aveva mescolato cronaca e memoria personale – e le successive prove che ne avevano consolidato lo stile, Pif con questa quarta regia sceglie di non ripetersi ma nemmeno di rinnegare le proprie radici. Il tratto ironico resta, ma si fa più meditativo; la satira sociale cede talvolta il passo a un’amarezza bonaria. E se c’è un elemento che accomuna i suoi film, è la capacità di trattare temi seri – la mafia, la giustizia, la fede – senza mai scivolare nel pietismo né nella retorica. Anche in questo caso, non si celebrano eroi né si condannano peccatori: si mostrano, piuttosto, esseri umani alle prese con i propri limiti, le proprie ossessioni e quel bisogno, a volte ridicolo a volte struggente, di sentirsi perdonati.




