…che Dio perdona a tutti e la Pasqua dei palermitani al cinema
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Redazione Cultura e Spettacolo
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È un’invasione, quella che sta per investire le sale italiane in questi giorni di festa, e porta un indirizzo preciso: Palermo. A occupare i cartelloni cinematografici per le vacanze di Pasqua sarà infatti una schiera nutritissima di attori siciliani, tutti accomunati da quella stessa origine territoriale che, in questo caso, diventa un autentico fil rouge produttivo. In testa a tutti, a giudicare dai primi dati del botteghino, c’è Roberto Lipari, il cui “Cena di classe” si è guadagnato il Titolo di film italiano più visto del momento, tallonato – per restare in tema di classifica – solo dal kolossal americano di fantascienza “Project Hail Mary” che, con Ryan Gosling, guida la classifica generale degli incassi.
Accanto a lui, a presidiare il territorio, ci sono nomi del calibro di Isabella Ragonese, Corrado Fortuna, Vincenzo Pirrotta e Annandrea Vitrano, tutti protagonisti di pellicole distribuite in questi giorni. E poi, naturalmente, c’è Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che torna a fare ciò che meglio gli riesce: mescolare satira sociale, commedia e un’indagine ironica sull’anima (spesso ipocrita) degli italiani.
Pif, la fede e la guerra dei dolci siciliani
Il suo nuovo lavoro, “…che Dio perdona a tutti”, arriva nelle sale giovedì 2 aprile, scelto appositamente per il fine settimana pasquale, e rappresenta un’operazione di adattamento che parte da lontano. Tratto dall’omonimo romanzo d’esordio pubblicato da Feltrinelli nel 2018 – e che proprio in concomitanza con l’uscita del film torna in libreria – la pellicola mette in scena la figura di Arturo, un agente immobiliare trentacinquenne, felicemente scapolo e con una sola, irrinunciabile religione: quella della ricotta. È lui, in una delle tante gag promozionali che hanno preceduto il lancio, a scatenare una diatriba (tutta da ridere, ovviamente) con l’attrice Giusy Buscemi, che nel film interpreta Flora, sulla superiorità o meno del cannolo rispetto ad altri dolci tipici. Una discussione, quella sul cibo, che in Sicilia assume i toni di una disputa teologica.
La trama, infatti, gioca proprio su questo contrasto quasi dottrinale: la vera passione di Arturo, al di sopra di relazioni e fedi istituzionali, sono i dolci. Ma quando incontra Flora, figlia del proprietario della pasticceria che produce i migliori sciù della città, si trova a fare i conti con qualcosa di più grande di lui. Flora è profondamente cattolica, e per conquistarla, Arturo arriva a interpretare Gesù durante una Via Crucis. La rappresentazione, prevedibilmente, si trasforma in un disastro tra errori di catechismo e momenti al limite della blasfemia, eppure l’amore sboccia. Finché la maschera non cade, e Flora scopre l’indifferenza religiosa del compagno. A quel punto, in un gesto estremo che mescola provocazione e autentica voglia di redenzione, Arturo decide di prendere alla lettera la parola di Dio per tre settimane, scatenando una rivoluzione silenziosa ma dirompente nella sua vita e in quelle che lo circondano.
La scommessa di Giusy Buscemi tra sacro e profano
Al centro di questa operazione narrativa c’è Giusy Buscemi, attrice sinceramente credente che si è trovata a dialogare con un regista che di sé dice di essere agnostico. Il risultato, come si evince dalle prime recensioni, è un film capace di far vibrare le corde più intime di chi lo interpreta senza mai scadere nella retorica. Buscemi, nel presentare il progetto, ha evocato un’esortazione francescana spesso citata da papa Bergoglio – “testimoniate sempre la fede, se è necessario con le parole” – un suggerimento che diventa il trait d’union ideale tra l’attrice, il regista e un pontefice che nella pellicola compare attraverso immagini di repertorio e che, ironia della sorte, è stato inserito nel trailer con una piccola “accusa” scherzosa mossa da Pif: quella di essere il responsabile della genesi del libro.
Quello che interessa, in questo caso, non è tanto la biografia degli interpreti quanto il fenomeno più ampio a cui il film di Pif sembra appartenere. Ultimamente, si assiste a un risveglio della riflessione sulla fede e sulla religiosità nella narrazione di un certo cinema d’autore europeo, un movimento parallelo a quello rappresentato da opere come “Los domingos” della regista spagnola Alauda Ruiz de Azúa, pluripremiata ai Goya e in uscita in Italia quasi in contemporanea con il lavoro di Diliberto. Se con “La mafia uccide solo d’estate” Pif aveva realizzato un piccolo capolavoro di satira politica e sociale, questa volta l’obiettivo si sposta: non più la lotta al potere mafioso, ma l’analisi impietosa di un’ipocrisia collettiva, quella di un Paese che si dichiara cattolico ma che vive nel compromesso tra comodità e morale. Un tema, questo, che l’autore palermitano aveva già esplorato con successo nella sua prova letteraria e che ora, sullo schermo, trova una dimensione visiva forse ancora più efficace.




