«… che Dio perdona a tutti», Pif e la commedia che mescola fede, cannoli e provincia siciliana
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un modo, tutto televisivo, di fare televisione che Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, ha quasi inventato, se è vero – come pare – che quel mescolare voce fuori campo e presa diretta, quella capacità di affrontare anche temi seri con una stralunatezza lieve ma non superficiale, abbia finito col diventare un vero e proprio marchio di fabbrica. Un metodo, quello consolidato prima ne “Il testimone” e poi in “Caro marziano”, che sul piccolo schermo funziona come un meccanismo di precisione svizzera, ma che al cinema – come lui stesso ha sperimentato – si scontra con una difficoltà oggettiva: il passaggio dalla videocamera tenuta a mano, che filtra il mondo attraverso lo sguardo diretto di chi lo abita, alla macchina da presa cinematografica, che richiede invece la costruzione di mondi visivi interi. È con questo bagaglio di esperienze, fatto di luci e ombre (l’esordio riuscitissimo, i successori meno fortunati), che Pif arriva ora alla sua nuova fatica, “...che Dio perdona a tutti”, una commedia romantica che lui stesso ha tratto dal romanzo omonimo e che lo vede impegnato sia dietro che davanti alla macchina da presa.
Il ritorno alle origini di un metodo televisivo diventato cifra registica
La storia artistica di Pif, d’altronde, parte da lontano: dopo aver mosso i primi passi come assistente alla regia sul set de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, c’è stato un periodo in Mediaset come autore, prima dell’approdo decisivo nel 2007 su Mtv con “Il testimone”. Quel programma, guardandolo con gli occhi di oggi, appariva come una sorta di antesignano di ciò che internet e i social network avrebbero poi pienamente sviluppato a partire dal decennio successivo: una commistione di generi, un’interazione spontanea con le persone inquadrate, una narrazione che non temeva le digressioni. Ed è proprio quella cifra stilistica, quel tono volutamente leggero ma non per questo privo di mordente, che Pif tenta di trasferire nella sua ultima opera cinematografica, in uscita proprio mentre la primavera avanza e con essa la consueta tornata di presentazioni: il 2 aprile, insieme a Giusy Buscemi, sarà ospite a Radio Monte Carlo da Rosaria Renna e Filippo Firli per raccontare questo nuovo progetto che nel cast annovera anche Francesco Scianna, Carlos Hipólito, Maurizio Marchetti e Domenico Centamore.
Tra agenzie immobiliari, miracoli mancati e il peso di una fede scomoda
La trama, come spesso accade nei lavori di Pif, parte da una premessa semplice per poi snodarsi tra le pieghe di una Sicilia contemporanea che lui conosce bene. Arturo, il protagonista, è un agente immobiliare dall’infallibilità quasi proverbiale quando si tratta di vendere case, ma decisamente meno abile quando deve districarsi nelle faccende sentimentali. L’incontro con una ragazza, e il suo modo irriverente di porsi di fronte ai dettami religiosi, lo metteranno di fronte a un dilemma che è anche una scelta di vita: abbracciare in modo radicale i principi della fede, con tutte le difficoltà e le inevitabili ipocrisie che una scelta tanto rigorosa comporta in una società abituata ai compromessi. C’è, in questo impianto narrativo, quella capacità – forse la più riuscita dell’autore – di essere lieve e ironico senza mai scadere nella banalità, lasciando anzi che siano gli spunti a stimolare una riflessione più profonda su temi come la religiosità popolare, il rapporto con il sacro e con le sue rappresentazioni più stereotipate.
Ironia, dolci siciliani e la sfida di raccontare il territorio senza retorica
Se c’è un filo rosso che lega tutta la produzione di Pif, dalla televisione alla carta stampata fino al grande schermo, è proprio questa attitudine a non prendersi mai troppo sul serio pur affrontando argomenti che, in altre mani, potrebbero facilmente scivolare nella retorica o nell’aneddoto folcloristico. In “...che Dio perdona a tutti”, il regista siciliano gioca con gli elementi del suo stesso immaginario: i cannoli, gli arancini, le processioni e i miracoli diventano parte di un meccanismo narrativo che sfrutta la commedia romantica come contenitore per parlare d’altro, per mettere in scena le contraddizioni di un territorio a cui è visceralmente legato. La fede, in questo senso, non è mai trattata come un dogma, ma come una lente attraverso cui osservare le ipocrisie quotidiane, quelle piccole e grandi rinunce che chi sceglie di seguire un credo in modo integrale deve affrontare, spesso scontrandosi con l’incomprensione di chi lo circonda.




